Riccardo, alzando improvvisamente gli occhi in viso allo scrivano, vi aveva colto a volo un'espressione così inaspettata di turbamento, che s'era lasciato sfuggire quella brusca interrogazione. Senza pensarci, egli aveva proposto di dar per vero quello che era in fatti accaduto, con la sola differenza che la mano nella cesta lo scrivano ce l'aveva messa il giorno dopo lo smarrimento del biglietto, invece di mettercela quel giorno stesso, come Riccardo proponeva.

— Perchè le pare tanto strana? — ripetè questi, fissando più attentamente lo scrivano.

Ma costui aveva perduto affatto la bussola.

Invece di rimediare alla meglio alla prima imprudenza, stette un momento senza rispondere, rosso, confuso, guardando qua e là per il pavimento, e poi rispose di mala grazia:

— No... Io non voglio mettermi in questi impicci...; e non voglio... far nascere dei sospetti!

— Dei sospetti? — domandò con grande meraviglia Riccardo. — Sospetti di che? su chi?

— Sospetti... — balbettò lo scrivano, al colmo della confusione — sulla mia onoratezza.

— Sulla sua onoratezza? — esclamò Riccardo guardandolo bene in faccia. — Ma che diavolo dice?

— Sì signore! — rispose ad alta voce lo scrivano, che accortosi del passo falso, avrebbe voluto rimettersi in piedi, ma non sapeva più dove aggrapparsi, e parlava a caso. — Sospetti sulla mia onoratezza! La mia onoratezza è al di sopra di tutti i sospetti! Sono abbastanza conosciuto! Nessuno può dir nulla sul conto mio! Ne domandi ai miei colleghi, al mio principale, a chi vuole! Non son discorsi da farsi! Io non c'entro e non ci voglio entrare! Ha capito? E il signor Alberto pensi ai fatti suoi e lasci in pace chi lo lascia in pace! E sia un discorso finito!

Riccardo diede in una sonora risata.