— Che domanda è? — chiese Giulia.
— La domanda d'un posto di scrivano in un ufficio d'ingegnere, — rispose Alberto con tristezza. — Andrò.... a sentirmi dire la solita cosa: — Ripassi tra un mese.
— Ma chi ci sta in quella casa?
— Non lo so. —
Giulia fece un atto di contentezza, ripetendo: — Non lo sa! —
E Alberto non proferì più parola.
XIV.
Alle sette egli tirava il campanello della casa indicata nel biglietto di Riccardo. Gli venne ad aprire un servitore con un lume in mano, gli fece attraversare due o tre stanze, e apertagli una porta lo pregò d'entrare e di attendere qualche momento.
Alberto entrò, e il servitore chiuse e disparve. Era una bella sala con un ricco tappeto, rischiarata da un lume splendido posto sopra un tavolino nel mezzo. Alberto sedette e guardò. Le pareti erano ornati di specchi e di quadri, i tavolini coperti di fiori, di libri dorati, di ninnoli; in un canto, sopra una snella colonnetta, sorgeva una statua d'alabastro con un braccio teso, che pareva accennasse lui; in ogni parte luccicava qualcosa. Era molto tempo ch'egli non aveva visto una sala così signorile e così bella. Toccò la spalliera d'una poltrona che aveva accanto: era di velluto. Guardò ai suoi piedi: c'era una pelle di tigre. Si voltò: vide una grande campana di cristallo con sotto un orologio di bronzo. Per tutto dove voltava lo sguardo, c'era un oggetto che costava almeno tre volte il suo stipendio di un mese. Egli stette un pezzo osservando ogni cosa con una curiosità infantile: i fiori dei ricami, le cornici degli specchi, i cordoni dei campanelli, i candellieri, i guanciali, i rabeschi. Poi si sentì preso da una tristezza indefinibile. Quello splendore l'offendeva come uno scherno alla sua miseria; quella statua che lo segnava a dito, gli faceva l'effetto d'una persona viva che gli dicesse: — Va via!; — il pensiero che tra qualche momento sarebbe comparso qualcuno, lo turbava; avrebbe preferito aspettare ancora; avrebbe voluto nascondersi, uscire in punta di piedi; si pentiva quasi d'esser venuto. — Che faccio io qui? — pensava. — Che cosa spero? Come può curarsi di me la gente felice che abita in questa casa? — Gli parve di sentire un fruscìo, sospettò che fosse una signora, balzò in piedi, e, guardandosi nello specchio, s'accorse che aveva arrossito. Sedè di nuovo e stette coll'orecchio teso. Finalmente gli venne addosso come un'inquietudine, una rabbia di esser costretto a star lì solo, in mezzo a quella ricchezza che l'umiliava, in quello stato d'aspettazione dolorosa. Ricordò le molte volte che aveva aspettato, da un mese a quella parte, in altre case, lunghe ore, per sentirsi poi rispondere: — Non abbiamo bisogno di nessuno. — Gli tornarono alla mente i sorrisi compassionevoli dei servitori e degli uscieri, quando lo vedevano andar via col capo basso; gli atti d'impazienza di coloro, a cui s'era rivolto con preghiere; tutti i disinganni, tutti i sacrificii d'amor proprio, tutte le umiliazioni sofferte in presenza di gente sconosciuta; gli si affollarono tutti questi ricordi, e quelli dei giorni che aveva patito la fame, e l'oppressero. E si domandò se avrebbe dovuto trascinare ancora per lungo tempo una così triste vita, perchè la trascinava, che delitto aveva commesso, quale condanna pesava sul suo capo. — Ma io non domando che di lavorare, — disse poi in un impeto di sdegno sconsolato: — dovrò dunque morir di fame? Dovrò rubare? Dovrò uccidermi? — Balzò in piedi, si sentiva addosso una smania che non aveva provata mai, avrebbe spezzato quanto gli cadeva sott'occhio. — Oh, infine, disse poi con voce soffocata, guardando con occhio bieco verso la porta, — io sono stanco! Che cosa fanno questi signori? Animo, fuori, gente senza cuore! C'è qui un mendico che aspetta! —
Stette aspettando un minuto, e poi afferrò il cappello e si mosse per uscire.