In quel momento sentì venire dalla stanza accanto una musica sommessa e dolce che gli parve di un pianoforte toccato da una mano leggerissima. Si fermò e si rimise a sedere. La musica a poco a poco si fece più rumorosa, poi di nuovo sommessa, poi forte un'altra volta; pareva un mormorìo di persona commossa che dicesse cose tenere e liete ad un amico melanconico, e le dicesse presto, con affanno, trattenendolo; pareva un misto di voci di donne e di bambini che confortassero un povero; gli ricordava la voce concitata di Giulia, quando diceva: — No, non parlar così, fatti coraggio, spera ancora. —
Alberto appoggiò il capo sopra una mano e pensò a Giulia con un sentimento di triste tenerezza.
All'improvviso s'aprì una porta; egli si scosse e s'alzò.
Una ragazzina bionda, bianca e rosea, vestita di bianco, coi capelli sciolti, s'avanzò timidamente verso di lui, seguìta da due bambini, uno di sei e l'altro di quattr'anni, che vennero a piantarglisi davanti cogli occhi attoniti.
La bambina si fermò a due passi da Alberto, aprì un foglio colle mani tremanti, e disse arrossendo, con voce sommessa:
— Ho da leggere la lettera.
— Che lettera? — domandò Alberto, maravigliato.
— La lettera — rispose la bimba — che ha scritto il babbo un momento fa, e me l'ha data perchè venissi a leggerla qui, dal signore che aspettava nel salotto.
— E chi è il suo babbo? — domandò Alberto guardando intorno a sè.
La bambina pronunziò il nome di suo padre.