— Bell'e vivo, — rispose questi. Poi, data un'occhiata al prigioniero e visto che avea gli sproni, domandò al capo: — E il cavallo?
— Non me ne parlare! — rispose il capo indispettito; — bisognerà che faccia in pezzi questa maledetta carabina: ho colto la bestia invece dell'uomo. — E qui fece in poche parole il racconto dell'accaduto.
— Non importa, — disse l'altro; — è stato un colpo da maestro. —
S'avvicinò al carabiniere, lo aiutò ad alzarsi, e dopo averlo fissato un po' in viso con un'aria di stupida curiosità, gli tolse di dosso i fucili, il mantello, la sciabola; poi gli levò il cappello, lo guardò di sopra e di sotto, sorrise e lo buttò in un canto. Il carabiniere, rifinito, si appoggiò alla capanna, e cominciò a guardare i briganti, ad uno ad uno, collo sguardo lento e grave d'un malato, il cui pensiero spazii già di là dalla vita. I briganti si misero a frugare nella sua valigietta.
Erano davvero ceffi degni del luogo e delle opere. Quello che pareva il capo, era un uomo sulla quarantina, basso della persona; ma corpulento, con una grossa testa, le spalle che toccavan le orecchie e le gambe arcate con due polpacci enormi; e dalla fronte ai piedi tutto largo, corto, tozzo, piatto, che pareva un gigante rientrato in sè stesso, che si fosse gonfiato di tanto, di quanto s'era accorciato; e nero, barbuto, baffuto e capelluto, in modo che non gli si vedeva che due dita di fronte e il sommo delle guancie. Degli altri tre, due parevan fratelli: avevano la stessa fronte angusta, lo stesso naso rincagnato, gli stessi occhi volpini, la stessa bocca senza labbra, curva in forma di semicerchio rivolto in giù, e lo stesso mento aguzzo e sbarbato; e l'uno e l'altro piccoli e nervosi. Tutti e tre aveano negli occhi quel non so che di cupo, di furbo, di lubrico, di spiritato, che esprime la mostruosa stravaganza di cotali nature miste di superstizione e di ferocia, di coraggio temerario e di abbietta vigliaccheria. Un po' cascanti sulla vita, avevano nel gesto e nel passo, e anche nei loro impeti d'ira, qualcosa della leggerezza molle delle tigri. Portavano un cappello a pan di zucchero, due alte ghette, e una giacchetta ampia ed aperta sul davanti, e tra la giacchetta e i calzoni usciva in giro, a sgonfietti, un po' di camicia, stretta da una larga fascia azzurra. Il quarto brigante, che pareva il più giovane, aveva un viso più umano; ed era anch'egli piccolo e sbarbato come i due che avevan aria di fratelli.
— Adesso — disse il capobanda, quando ebbe finito di visitar la valigia — fategli metter giù gli stracci, poi mangeremo due bocconi, e poi... la vedremo. —
I due fratelli s'avvicinarono al carabiniere, e uno gli slegò le braccia, mentre l'altro gli teneva il pugnale dinanzi al petto. Le due braccia slegate caddero penzoloni come le braccia d'un cadavere.
— Giù l'uniforme, — disse uno dei briganti.
Il carabiniere li guardò, e stette qualche momento perplesso, colla fronte corrugata e un labbro stretto fra i denti.