— Oh lasciami stare! — egli rispose bruscamente svincolandosi e pigliando la via del villaggio; — ci vuol altro che tenerezze! —

IV.

Dopo un breve tratto di strada, Carlo incontrò un suo amico del villaggio, un uomo sui trent'anni, alto e asciutto, cogli occhi lustri e colla bocca torta in un atteggiamento sprezzante; il quale aveva nel vestire una certa attillatura rara a vedersi in giovani di campagna: capelli unti, cravattino, polsini e un par di grandissimi calzoni stretti intorno al collo del piede. Era uno di quei tanti cattivi contadini che hanno fatto malamente il soldato e che ritornano a casa peggiori di prima: colla goffaggine indelebile della loro natura, accresciuta dai vizii che presero in città e della spavalderia che impararono in caserma; un misto di villani, di bravi e di beceri, che puzzano d'acquavite e di pomata, e disprezzano “l'ignoranza.„

Costui, tornato in congedo al villaggio, aveva messo su una piccola bottega di liquorista.

Veduto Carlo, si fermò, e senza accostarglisi, gli disse con un sorriso compassionevole: — Lo so!

— E non c'è Cristi che tenga, eh? — soggiunse un momento dopo.

— Ci sei stato anche tu, — rispose Carlo.

— Gli è per questo, amico mio, che mi fai compassione! — Carlo rimase muto, cogli occhi fissi a terra.

— E Camilla? —

Carlo crollò le spalle.