Furio s avvicinò fino quasi a toccarla, col viso acceso, cogli occhi bassi, colle sopracciglia corrugate che pareva che soffrisse: non aveva che un leggiero sorriso sulle labbra, forzato, tanto per non parere un orso addirittura. Iride lo guardava con un'attenzione piena di curiosità, come per leggergli dentro, chè quella confusione le cominciava a parere strana davvero.

— Dove andavi? — gli domandò dolcemente, dopo un po', togliendogli di sulla manica della giacchetta un non so che di bianco, rimastovi appiccicato. Furio seguì con occhio attento e stupito quella mano, e poi rispose timidamente:

— In giardino.

— Sul lago? — dimandò essa di nuovo, come distratta, per dare al dialogo un certo tono di famigliarità; e si chinò a guardargli l'altra manica, come se vi avesse visto una macchia. Furio intravvide di su in giù quello stupendo volume di capelli biondi, e rispose con voce malferma:

— ... Sul lago.

— Ma guardami dunque! — esclamò Iride con allegra vivezza; — ti faccio paura? —

Furio si scosse e le lanciò uno sguardo che voleva dir cento no, franchi, sonori, risoluti; poi riabbassò gli occhi più confuso.

— Oh che strano ragazzo! — proruppe Iride con uno scoppio di risa; e piegando all'indietro la testa e giungendo le mani, scopriva tutto il collo bianco e le braccia bellissime.

— Ma perchè non ti pettini mai?

— ... Mi pettino, — rispose balbettando il ragazzo.