In casa, appena se n'accorsero, furono lagrime, furori, invettive, proponimenti di non volerlo più vedere, di non alzarsi nemmeno quando ritornasse, di lasciar passare un mese senza dirigergli una parola, di dar di frego al capitolo minuti piaceri nel bilancio domestico, e cento altre cose. Per parte della madre, parole; ma nel padre propositi serii. Non era uomo da transigere; era buono, ma duro, e qualche volta, nelle sue collere, tremendo; e il figliuolo lo sapeva e lo temeva. Come dunque si fosse potuto risolvere a fargliene una così grossa, non si poteva spiegare. Le notizie del venti settembre non fecero che inviperire vie più padre e madre. — Ci sentirà, — dicevano a denti stretti, — ha da venire! — Le parole, i gesti, il contegno da tenersi, tutto era pensato e preparato: doveva essere una lezione solenne.
La mattina del ventidue, stavano tutti nella sala da pranzo, leggendo, quando sentirono un gran picchio nella porta, e subito dopo videro il figliuolo, rosso, ansante, abbronzato dal sole, dritto e immobile sulla soglia.
Nessuno si mosse.
— Come! — esclamò il giovane, incrociando le braccia, con aria di gran meraviglia. — Non sapete la novità? —
Nessuno rispose.
— Non v'hanno detto nulla? Non è venuto nessuno da Firenze? Siete ancora al buio di tutto? —
Nessuno fiatò.
— La presa di Roma.... — s'arrischiò a dire di lì a un po' una delle ragazze, dopo aver consultato il babbo con un'occhiata — .... la sappiamo.
— Come! Nient'altro?