— Ma parla!

— Ma sedete!

— O come non s'è saputo nulla qui?

— Ma che volete ch'io sappia? Quello ch'io so è che portarvi pel primo questa notizia è il più gran piacere che abbia provato in vita mia.... Sono arrivato stamani a Firenze, si sapeva tutto, son partito subito; — chi sa, — pensavo, — forse la nuova non sarà ancora arrivata a casa;... mi manca quasi il fiato!

— Di' dunque tutto, subito — esclamarono la madre e le ragazze mettendosi a sedere intorno a lui. Il padre era rimasto in disparte.

— Sentirai, mamma! — cominciò il giovane. — Cose da fare impazzire. Venite più in qua, così. Della mattina del ventuno sapete ogni cosa, non è vero? Entrarono gli altri reggimenti; folla, grida, musiche, come il giorno prima, fino alle dodici. Alle dodici, come per accordo preso, lo strepito cessò, prima nel Corso, poi nell'altre strade grandi, e a poco a poco per tutto. I drappelli dei cittadini si fermavano, facevano crocchio e parlavano sotto voce; poi si sparpagliavano in tutti i versi, salutandosi l'un l'altro, col fare di chi deve rivedersi poco dopo. Pareva che fosse corsa la voce di prepararsi a qualche gran cosa. La gente, incontrandosi, si parlava in fretta, e poi via, ciascuno per conto suo. Da un capo all'altro del Corso era un affaccendarsi generale; chi entrava nelle case, chi usciva, chi chiamava dalla strada, chi rispondeva dalle finestre; i soldati scappavano di qua e di là come se avessero sentito una chiamata; passavano ufficiali a cavallo di trotto; passavano uomini e ragazzi con fasci di bandiere sulle spalle e tra le braccia; tutti frettolosi e affannati, che parevano inseguiti. Io, che non sapevo nulla, e non conoscevo nessuno, guardavo in viso ora l'uno ora l'altro, tanto per veder d'indovinare qualcosa. Tutti parevano allegri, ma non dimostravano più l'allegrezza viva e sfrenata di prima; tutti lasciavano trasparir un pensiero, un dubbio, quasi un'ansietà; si capiva ch'era gente che macchinava qualcosa. Infilai una delle strade secondarie, andai oltre, mi fermai su due o tre crocicchi: in ogni parte lo stesso spettacolo; gran gente, gran moto, gran fretta, e un non so che nel modo di parlare e nei gesti, che avevo già notato nel Corso, come se tutto quell'armeggìo si volesse fare di nascosto a qualcuno, benchè fosse visibile a tutti. Passavano gruppi, drappelli, centinaia di uomini e di donne insieme, e non si sentiva un grido; andavan tutti dalla stessa parte, come a un luogo convenuto....

— Dove andavano? — domandarono il padre e la madre.

— Aspettate. Ritornai verso il Corso. Quanto più andavo innanzi, sentivo crescere un rumor sordo e continuo, come d'una gran folla. Arrivai: il Corso era pieno di gente, tutti fermi e rivolti verso il Campidoglio, come se aspettassero qualche cosa di là. Da piazza del Popolo a piazza di Venezia era tutt'una calca da non potervisi muovere. Si bisbigliava qua e là: — Or ora vengono. — Vengono di laggiù. — Chi viene di laggiù? — La colonna principale. — Viene la colonna principale. — Eccola. — No. — Sì. — A un tratto la folla si agitò con grande impeto, si gridò da tutte le parti: — Son là, — e in men che non si dica la via rimase sgombra nel mezzo come al passare di una processione. Tutte le teste si scoprirono. Io, che ero rimasto indietro, mi feci strada a furia di gomiti, e guardai.... Mi par di sentire il fremito che mi corse da capo a piedi in quel punto. Venivano innanzi generali in grande uniforme, signori in abito nero con ciarpe tricolori; in mezzo ai signori e ai generali, ragazzi, donne e uomini laceri e scamiciati; dietro operai, contadini, donne coi bimbi in collo, soldati di tutte le armi, signore eleganti, studenti, famiglie intere strette in piccoli gruppi tenendosi per mano per non perdersi; tutti affollati, pigiati in modo da poter appena camminare; e pure non si sentiva che un bisbiglio monotono come un ronzìo; silenzio dalle due parti della strada, silenzio alle finestre: era uno spettacolo solenne; faceva tra meraviglia e spavento; io ero estatico.

— Ma dove andavano? — domandarono con più viva insistenza il padre, la madre e le figliuole.

— Lasciatemi finire! — riprese il giovane. — Mi cacciai in mezzo. E con me vi si cacciarono man mano tutti quelli che stavano addossati al muro a destra e a sinistra. Figuratevi che serra serra! La folla pareva proprio un torrente, occupava tutti gli spazii; e ondeggiando sbalzava gente, come onde, nelle botteghe, nei portoni, da ogni parte dove vi fosse un po' di posto. Man mano che si andava, altre turbe di popolo si versavano nel Corso dalle vie laterali, affollate anche quelle da un capo all'altro; e la processione continuava a scendere dal Campidoglio, e correva voce che nel Campo Vaccino vi fossero ancora migliaia di persone. Gran gente arrivava da piazza di Spagna, gente da via del Babbuino, gente da piazza del Popolo. Avevano tutti qualcosa in mano, chi ghirlande di fiori, chi rami d'ulivo e d'alloro, chi bandiere, chi cenci legati in cima a bastoni; qualcuno portava persino immagini sacre spiegate con due mani al di sopra della testa; iscrizioni, emblemi, ritratti del Papa, del Re, dei Principi, di Garibadi; una varietà, una mescolanza, una confusione di persone e di cose, come credo non si sia mai vista sotto il sole; e sempre e per tutto quel bisbiglio sommesso, quell'andar lento, quella serenità, quella dignità, così strana e maravigliosa in tanta moltitudine, che mi pareva di sognare. —