All'improvviso, un grido sovrumano di dolore, di terrore e d'amore, risonò di cima in fondo alla casa, come un colpo di fulmine; la porta si spalancò, Fermina balzò d'un salto in fondo alla scala, si precipitò dinanzi a Menendez, e prese a baciargli con una furia disperata i piedi, le ginocchia, i panni, singhiozzando, gridando, chiedendo perdono, invocando Iddio, fin che la voce le mancò, gli occhi le si chiusero e cadde svenuta.
I vicini erano già accorsi, e fra essi il signor Luis de Guevara, che aveva accompagnato Menendez dalla Rinconada a Siviglia, e lo stava aspettando nella strada.
— Don Luis, — gli disse Menendez appena lo vide, sollevando Fermina svenuta, e voltandola in modo ch'egli la potesse vedere nel viso: — ti presento mia moglie.
XIII.
Quindici giorni dopo, infatti, il segretario dell'amministrazione del Circo dei tori di Siviglia, dovendo mandare a Fermina la chiave del trentesimo palco del lado de la sombra (della parte dell'ombra), indirizzava la lettera: — A doña Fermina Menendez; — ed essendo quella la prima lettera ch'essa riceveva col titolo di doña e col proprio nome legato a quello del suo amante, baciò tre volte la busta e la mise in serbo come una cosa preziosa. Qualunque altra Sivigliana, però, avrebbe in quel giorno baciato invece della busta la chiave, poichè per il felicissimo arrivo di Sua Maestà la Regina Isabella, la quale per la prima volta si faceva vedere a Siviglia colla corona, l'Impresario del Circo aveva preparato uno spettacolo unico nei fasti del toreo andaluso; e basti il dire che la prima spada si chiamava il Tato, e che si sarebbero slanciati nell'arena otto tori, comprati a peso di dobloni novi, doblones de Isabel, nei pascoli dell'eccellentissimo marchese di Veragua, primo allevatore della Spagna. Per questo, sebbene lo spettacolo cominciasse alle due pomeridiane, la plaza era già quasi piena a mezzogiorno, e al tocco non ci si poteva più entrare. Era una delle più belle giornate che si possan vedere a Siviglia nel mese di settembre. Il vasto Circo poligonale presentava sulle sue trenta gradinate una meravigliosa confusione di visi bruni, di treccie nere, di ventagli agitati e di mani per aria; vi brillava il fiore della bellezza del sobborgo di Triana, v'erano le più famose danzatrici delle escuelas de baile, centinaia d'operaie della fabbrica dei tabacchi colle sottane bianche o rosee, gruppi di gitane con mazzetti nei capelli e sul seno, i più belli e più terribili schermitori di coltello della provincia, coi loro cappellotti di velluto nero e loro cinture rosse ed azzurre; tutto il più ardente sangue andaluso che circolava in quel tempo dal Campo della fiera alla porta di San Juan e dalla Cartuja alla Trinidad; un'immensa raccolta d'amori, di gelosie, di capricci, di gioie, di miserie, un incrociarsi rapidissimo e continuo d'apostrofi clamorose e di occhiate furtive, di fiori e di risa, di parole galanti e d'aranci: tutto ciò rallegrato da una musica strepitosa e saettato da un sole ardente. Alle due precise, gli alguaciles entrarono nell'arena per far sgombrare la folla, e nello stesso momento, da due lati contigui del Circo, cento visi si voltarono quasi tutti insieme verso un punto solo e al gridío generale seguì improvvisamente un profondo silenzio. Fermina, vestita di bianco, con un gran mazzo di fiori fra le mani, col viso splendido d'una letizia dignitosa e severa come la sua bellezza, era comparsa nel suo palco, insieme con Menendez, pallido e sorridente, in mezzo a una corona d'amici. Al primo silenzio, seguì dopo pochi momenti un lungo mormorío favorevole, quasi amoroso e altri mille sguardi si fissarono sui due sposi. Tutta Siviglia sapeva quello ch'era accaduto. A un tratto, una gitana seduta sul primo gradino sotto il palco, balzò in piedi, si levò una rosa dai capelli e buttandola a Fermina, gridò: — A ti, doña Fermina Menendez, y Dios te dé la buena suerte! — Subito dopo un'altra ragazza buttò un mazzetto a Menendez e gridò: — A ti, don Luis Menendez, cuor valoroso! — L'esempio fu rapidamente imitato: da tutti i gradini vicini al palco cominciarono a piovere fiori sugli sposi, accompagnati da un gridío appassionato e festoso: — A te, bella creatura! — A te, sangue di prode! — A voi, la più bella coppia di Siviglia! — Amatevi! — Buona fortuna! — Molti giorni come questi! — Dio vi protegga! — In pochi minuti la notizia e l'entusiasmo si propagarono per quasi tutto il Circo, e da ogni parte si buttarono fiori, si agitarono fazzoletti e mantiglie, si mandarono evviva e saluti; tanto che Fermina, sopraffatta dalla commozione, lasciò cader la testa sulla spalla di Menendez, e la Regina Isabella, che aveva già preso posto nel palco reale con tutto il suo corteggio, si voltò a domandare al giovane generale Serrano chi fossero i due personaggi che mettevano sottosopra i suoi sudditi. Il general bonito, il bel generale, come si chiamava allora il futuro vincitore d'Alcolea, si fece innanzi rispettosamente, e disse col tuono più dolce della sua voce: — Sono due sposi, Maestà. La sposa è la più bella giovane di Siviglia, e lo sposo è un giovane che ha fatto onore al sangue andaluso. In un accesso di gelosia, avendo offeso mortalmente la sua fidanzata con un cartello infamante, e non essendo riuscito in altro modo a farsi perdonare e riamare, ottenne l'una e l'altra cosa presentandole una cassettina nella quale c'era la penna fatta in due pezzi, che aveva scritto il cartello; sotto la penna, un foglio di carta con su scritto col sangue: — Espiazione, e sotto il foglio di carta la sua mano destra....
Mentre la Regina appuntava il cannocchiale verso gli sposi, le trombe squillarono, la folla gettò un altissimo grido, e il primo toro dell'eccellentissimo signor marchese di Veragua si slanciò muggendo in mezzo all'arena.
IN SOGNO
Non so se molti altri abbiano un ordine speciale di sogni che si possano procurare a loro piacere: io ho quello dei viaggi, e mi basta, per viaggiare in sogno anche tutta una notte, fissarmi col pensiero, quando sto per addormentarmi, in qualche luogo lontano del quale mi sia rimasto un ricordo molto vivo; dopo di che, mi passano dinanzi cento altri luoghi, città, campagne e genti, trasformandosi rapidamente, senza che nel sogno s'intrometta mai una visione di altra natura. E questo è strano: che gli avvenimenti, no; ma i luoghi e i personaggi che sogno, son sempre luoghi e personaggi che ho visti; il che non m'accade quando, addormentandomi, non metto l'immaginazione sulla via delle reminiscenze; poichè se chiudo gli occhi pensando a Sydney o a Batavia, vago poi, sognando, per tutta la terra, ed è facile che mi trovi a discorrere di politica, a un'ora dopo mezzanotte, con qualche defunto imperatore chinese. Quale è la ragione di questo? In che maniera la mente, errando fra le più bizzarre fantasie nel campo degli avvenimenti, rimane nello stesso tempo legata alla realtà geografica dei miei viaggi? Come mai in fatti di luoghi e di persone, non fo', sognando, che ricordarmi, e non vaneggio che in fatto di casi e di discorsi? Perchè questa costante distinzione? Sarà forse la centesima volta che mi rivolgo la stessa domanda, e per la centesima volta non ci so trovare altra risposta che voltar la testa sul cuscino da destra a sinistra, raccogliendo tutti i miei pensieri nel giardino del duca di Montpensier, il quale, da quanto sembra, dev'essere questa notte il punto di partenza d'un lungo pellegrinaggio, poichè mi torna e mi ritorna in mente con una ostinazione invincibile, e ormai vedo che m'addormenterò all'ombra degli aranci ducali. Sia almeno un viaggio allegro e tranquillo, che non m'accada, come altre volte, di svegliar mia madre con grida di spavento o sospiri di dolore.
Com'ero entrato nel giardino del duca di Montpensier, del Rey naranjero, come lo chiamano in Spagna? Era probabilmente il mio borbonico amico Segovia che m'aveva fatto avere il permesso. Non me ne ricordo bene. Non ricordo nemmeno gran cosa del giardino. La più viva, anzi la sola rimembranza viva di quel luogo è la fontana a cui diedi il nome dei cinque sensi. Ah! veramente io posso dire d'aver passato là l'ora più deliziosamente sensuale del mio soggiorno a Siviglia. Era tra mezzogiorno e il tocco, splendeva un sole abbarbagliante e tirava un'arietta leggerissima. Io stavo seduto sull'erba all'ombra d'un gruppo d'allori accanto alla vasca d'una fontana, sotto i rami curvi d'un roseto; con una mano mi mettevo in bocca gli spicchi d'un arancio che stillava sugo a grandi goccie; coll'altra accarezzavo la gamba d'un putto di marmo finissimo che dalla bocca mi schizzava acqua diaccia rasente i capelli; le foglie delle rose, scosse dall'aria, mi cadevano sul petto; l'acqua limpida della vasca rifletteva come uno specchio il mio viso non turbato dall'ombra d'un pensiero; al disopra del verde cupo degli alberi, vedevo la terrazza bianca e arabescata d'una casetta di stile moresco; e più lontano l'enorme statua dorata della fede che girava fiammeggiando sulla sommità della Giralda nell'azzurro purissimo del cielo andaluso. — Ancora qualcosa per l'orecchio! — esclamai con un fremito di piacere. E un momento dopo sentii dietro gli allori, prima il rumore leggiero d'un rastrello, poi la voce fresca e sonora d'una ragazza, che cantava con un accento sivigliano pieno di dolcezza: — Io sono bella e tu hai vent'anni! — Allora ebbi un momento d'ebbrezza; aspirai una gran boccata d'aria, tuffai il viso nell'acqua, morsi insieme l'arancio e le rose, risi e mi ravvoltolai nell'erba come un bambino. Poi, a poco a poco, preso da un languore dolcissimo.... chiusi gli occhi.... e rimasi assopito....