E tu mi hai svegliato, caro e crudele Parodi! E perchè? Le meraviglie del Restaurant Blond valgono forse le delizie del giardino dei Montpensier? Ma bisogna esser giusti, e riconoscere che il signor Blond ci dà il più succoso brodo e il più saporito manzo di Parigi, e che è grazia di Dio l'aver per due lire questo pranzetto e questo spettacolo. Quale spettacolo! Venti tavolate d'affamati; una folla in movimento perpetuo, che parla in venti lingue diverse di mille cose assurde o sublimi; cercatori di fortuna d'ogni parte del mondo; giovanetti colle prime speranze, vecchi colle ultime; inventori di sistemi e di riforme universali, pieni d'utopie e di debiti; grandi uomini senza senso comune; forse qualche grand'uomo davvero; qualche rompicollo oscuro, del quale fra tre mesi sarà recitata dieci volte la prima commedia al Téàtre français, e il suo nome correrà l'Europa; mezzani che ballano a un tanto per sera al Mabille o al Valentino: giocolieri di teatro che si mettono una spada nella gola fino all'elsa; giornalisti della macchia che ti piantano il pugnale nelle erni fino al manico; un bavarese che almanacca da dieci anni un favoloso progetto di rinnovamento sociale fondato sull'alleanza del Papa colla democrazia; un brasiliano che ha inventato dei romanzi armonici e odorosi, dalla copertina dei quali il lettore, giunto a certe pagine, fa uscire con una leggiera pressione del dito, un profumo e un'arietta d'occasione; un polacco che ha creato un genere di commedia da rappresentarsi, non sul palco scenico ma nella vita reale, o piuttosto un genere novo di vita da viversi in forma di commedia; un inglese che vuol ottenere dal Governo l'istituzione nelle Università della Francia d'un corso permanente di lezioni sull'Arte di governare le donne; l'inevitabile inventore della lingua universale; l'indispensabile regolatore della locomozione aerea; avanguardie mattamente audaci di tutte le scienze e di tutte le arti; tutte le deformità intellettuali che corrispondono alle deformità fisiche: menti sbilenche, ingegni gobbi e guerci, genî idropici, fantasie affette d'elefantiasi; giocatori, innamorati, bevitori d'assenzio, atei, fanatici, cinici; gente che s'ammazza a studiare e gente che si finisce nei bagordi; uomini che dormono sui tetti e giovani che dormono sotto gli alberi dei Campi Elisi; qualcuno matto d'allegrezza, qualche altro che si brucierà le cervella la settimana ventura; tutti in cerca di qualcuno: chi dell'editore, chi del mecenate, chi dell'impresario, chi di scolari, chi d'affigliati, chi di vittime, chi di complici; un'accozzaglia cosmopolitica che lavora, digiuna, farnetica, si dibatte sull'immenso lastrico di Parigi, per lasciar il nome alla posterità, o l'ambizione in carcere, o l'ingegno al manicomio, o il cadavere all'ospedale. Sì, caro Parodi, questo spettacolo è bizzarro, ma quest'aria mi soffoca; domani pranzeremo al Passage des Princes; ho anch'io i miei capricci di povero diavolo; ho bisogno ogni tanto di sdraiare la mia vanità in una sala dorata e di tuffare la mia miseria in un bicchiere di Champagne....


..... Champagne? Kellner, Champagne al signore. — Sie beschämen mich mit Ihren Höflichkeiten, biondo capitano Schopper. Il vostro bastimento è un palazzo splendido e voi siete il re del Danubio. Oh la bellissima sera! Per le finestre aperte, di là dalle acque rosate del fiume, vedo fuggire la riva boscosa del Banato di Temesvar, e tra finestra e finestra, i grandi specchi incorniciati d'oro mi riflettono la campagna malinconica della Slavonia rischiarata dal tramonto del sole. E la fortuna m'ha messo dinanzi il più bel visetto e il più svelto corpicino ungherese che sia mai passato sul nuovo ponte di Pest. Signor Castelulù, recitatemi i versi sulla statua di Michaiù Vitézlù, io adoro la lingua rumena; e voi, capitano Schopper, soffiatemi nel viso un nuvoletto di fumo del vostro sigaro d'Avana. Alla tua salute, mio buon Mahmud Dejézaerli, gloria predestinata della pittura musulmana; buoni studi a Vienna, e che io ti rivegga fra dieci anni installato in una bella villetta sulla riva del Bosforo, accanto alla più bianca moschea di Bujukderé! Mi pare che qualcuno laggiù canti le lodi del Reno. Capitano Schopper, mandate quell'insolente a baloccarsi sul suo rigagnolo con una barchetta di carta, e insegnategli a rispettare il nostro immenso Danubio. Ah! voi ridete, capitano Schopper! ridete dell'effetto che mi fa il vostro Champagne, è vero? Ebbene....


.... Ebbene, che è questo? Cosa accade qui? La riva della Slavonia è sparita, il cielo s'oscura, le acque s'agitano, il vento mugge, la sala splendida s'è cangiata in uno stambugio rischiarato da un lanternino, l'elegante capitano Schopper in un vecchio cencioso, la bella signorina ungherese in una povera contadina con due bimbi in braccio; e il bastimento rulla, beccheggia e scroscia spaventosamente mandando ogni cosa sossopra. — No, no, señor Capitan, per amor di Dio, per pietà delle mie due creaturine, non ci moviamo di qua, il mare è cattivo, può seguire una disgrazia, aspettiamo che faccia giorno, non passiamo il capo Trafalgar, ve ne scongiuro, non per me, per le mie povere creaturine! — Non posso, buona donna; el capitan tiene sus obligaciones: ci son cinque passeggieri che vanno in Africa; io debbo sbarcarli domattina all'alba a Algesira; non posso passar la notte a Trafalgar; bisogna tentar d'andare innanzi; seguirà quello che Dio vuole! — No! no! señor Capitan! noi naufraghiamo! noi moriamo! i miei bambini! Ave Maria purissima, se n'è andato! Lei, signor italiano, per carità, vada lei, vada a supplicare il capitano che non si mova di qui, che non ci faccia morire! Dio mio! Dio mio! — Chetatevi, buona donna, vado io. Capitano! Dov'è il capitano? Non c'è modo di trovare questo capitano? È a prua! — È a poppa! — Passi di qui! — Scenda di là!...


Di qua, di là! Che il malanno vi colga! Son tre ore che cammino e non mi sono ancora raccapezzato. Sarà ben sonata la mezzanotte. Ah! se me ne fossi rimasto nel mio piccolo albergo di Leicester-square, invece di venirmi a cacciare in questo labirinto fetido e oscuro! Dopo una strada un'altra strada, dopo una svolta un'altra svolta, e crocicchi dietro crocicchi, e case accanto a case, e non una porta aperta, non un lume a una finestra, non un policeman, non una voce umana, non il suono d'un passo, non un indizio di vita; null'altro che interminabili muraglie nere che si perdono nella nebbia, e un silenzio di città disabitata. Cammino, corro, divoro la via, e mi par sempre d'essere nello stesso luogo. Forse non faccio che girare e rigirare nelle medesime strade. Questo sospetto mi sgomenta e le forze cominciano a mancarmi. E poi.... che serve ch'io lo nasconda a me stesso? Ho paura! paura d'essere assassinato, di cadere in una fogna, d'inciampare in un cadavere, di mettere i piedi in una pozza di sangue. Come son venuto qui? Dove sono? Sapessi almeno dove sono! Sono in White Chapel? a San Gilles? in Waping? Se fossi sicuro d'essere a Bethnal Green, per esempio, cercherei di trovare Mile end Road, e di là saprei andare alla torre di Londra; o se fossi in Seven Dials, potrei sperare di riuscire in Regen Street o d'infilare Piccadilly. Ma qui non so da che parte voltarmi, cammino a caso, come un pazzo. M'imbattessi anche in un branco di ladri, purchè incontrassi qualcuno! Questo silenzio sepolcrale mi gela il sangue. Dio mio! non domando che il rumore d'un passo o il latrato d'un cane! E un'altra strada, un'altra di queste interminabili e lugubri strade! Ah, io non vado più innanzi; in questa strada c'è qualcosa d'orrendo, ci son dei morti, le mie gambe tremano, il mio cuore si agghiaccia, la mia ragione si perde, io mi metto a gridare, io.... Che! Sei tu! Tu, mia amica! Tu, amor mio! Tu qui, a Londra! con me! Ma è un sogno! Ma parla! No! fuggimmo prima, qua la mano, coraggio, seguimi, vola.... Oh l'inesprimibile piacere! il vento ci porta, il cielo si rischiara, il sole ci batte in fronte, Londra è sparita, siamo sul mare, siam salvi!


.... Dove siamo? Ah! tu mi domandi dove siamo, classichetta che tu sei, piena di greci e di romani, tu che diventi rossa a nominarti Pindaro, che piangi quando ti dico che un giorno faremo un viaggio nella Troade, tu che mi hai fatto diventar geloso di Annibale e prendere in tasca Catone, testolina imbottita di grandi nomi e di grandi versi! Ebbene. Questa volta sarai felice; ma devi indovinar tu dove siamo. Guarda questo cielo splendido, questo mare azzurro, questi colli cinerini, queste roccie nude, queste pietre sparse, e indovina. Ah, tu impallidisci! — Ebbene, non è la Troade. — No, non sono le rovine di Cartagine. — Nicea? Meno che mai, signorina. Cerchi, cerchi ancora, frughi nelle sue reminiscenze storiche, interroghi tutti i suoi desiderî classici. Ma sì, amica mia, sì! Atene! Atene! Atene! Siamo sull'Acropoli! Ah io sono pazzo della tua gioia! Qua, nelle mia braccia, ed ammira: quella è la costa orientale del Peloponneso, — più in qua l'isola di Salamina; — lì il Pireo, — là il Falereo, — a destra, su quel colle nudo, il tempio di Teseo, — su questa roccia, in direzione della mia mano, le rovine dell'Areopago; — qui sotto il teatro di Bacco, dove il tuo Eschilo e il tuo Sofocle facevano rappresentare le loro tragedie; — in fondo a quella gola, il tempio delle Eumenidi; — tu tremi, poverina, a sentir questi nomi; — ed ora, voltati: ecco le quarantasei colonne del Partenone, — e adesso alzati e fa pure qualche pazzia perchè le pietre su cui sei stata seduta finora sostenevano l'enorme Minerva Promacos di Fidia, la quale mostrava al cielo la punta della sua lancia dorata, la prima immagine della patria che rivedeva il navigatore ateniese, venendo dal capo Sunium. Ah! la mia cara classichina che piange!... Dov'è il nostro bambino? Era qui un momento fa. Zitta! Non t'inquietare; non può esser lontano; tu cercalo di qua, io lo cerco di là; si sarà nascosto nell'Erecteo; Checchino, dove sei? Checchino! Checchino!...