.... E un'altra coppia, — e un'altra, — e un'altra. Eccomi qui in piena Arcadia. Ora mi dovrò asciugare quest'uggioso spettacolo fino a Colonia. Già non ci dovevo venire. Me l'avevano detto che questi scellerati piroscafi del Reno, in autunno, sono il nido galleggiante di tutti gli amori nuziali del Belgio, dell'Olanda, della Svizzera tedesca e dei paesi delle due rive. Eccole qui, tutte queste bionde sdolcinate e scarmigliate, che alzano gli occhi al cielo e lasciano ricadere la testa. Ecco gli sguardi velati, le strette di mano furtive, i baci mandati col ventaglio, le toccatine di piede, i bisbigli, i languori, le sciocchezze infinite che cinquanta maledetti notari tabaccosi hanno legittimate pel mio malanno. Quella belga fraschetta! Quella magontina petulante! Questa lussemburghese ipocrita che nasconde coll'Allgemeine Zeitung il braccio di suo marito! Le sfrontate! Gli ufficiali tedeschi salutano il piroscafo dalle terrazze delle ville, le chiese gotiche specchiano le loro guglie cesellate nelle acque, i vecchi castelli disegnano le loro gigantesche forme nere sul cielo, passa la roccia di Coblenza, sparisce la rovina di Hammerstein, si nasconde dietro ai monti lo splendido castello di Rheineck, si dileguano come sette nuvole enormi le Sette Montagne; e loro non vedono nulla! e continuano a bamboleggiare colla punta delle dita e colla punta dei piedi, stupidamente sicuri di non esser visti, come se fossimo tutti addormentati, orbi, o cretini.... Eppure se tutte queste sciocchezze non si facessero, non avrei trovato, le sere dei giorni di festa, nei giardini d'Anversa e nei viali di Basilea, una folla d'angioletti coi capelli d'oro, che mi scacciarono dal capo le idee nere, e mi riempirono il cuore di dolcezza! Ah! io sono un ingrato! Ebbene, sì, sorridete, guardatevi, amatevi, parlatevi nell'orecchio, giocate colle punte dei piedi, godete, inebbriatevi, scordatevi di noi e del Reno e dell'universo! purchè vengano gli angioletti coi capelli d'oro....


.... Eccoli qui! Una folla di bimbi e di bambine che invadono il Prater di Vienna, sparpagliandosi in mezzo agli alberi sfrondati, per i viali coperti di foglie gialle. L'autunno s'è cangiato a un tratto in primavera; l'aria grigia s'è riempita di fragranze e risuona di voci armoniose, e tutto spira freschezza e allegria. A gruppi, a schiere, a circoli, a stormi, vanno e vengono, come un nuvolo d'uccelletti e di farfalle; e rendono l'immagine d'un grande giardino di rose e di gigli vivi, che da sè stessi intreccino e disfacciano rapidamente mazzi, corone e ghirlande palpitanti e sonore. Ciarpe scozzesi e pelliccie russe, giubbette ungheresi e berrette polacche, penne purpuree, riccioli biondi e nastri azzurri, ondeggiano e si confondono in mezzo ai cerchi, alle carrozzine, alle racchette, ai cervi volanti, ai palloncini color di rosa. Tutto ride, tutto brilla, tutto splende, tutto tripudia, e un senso divino di giovinezza e di speranza invade l'anima mia. Siate benedetti, o bei fiori appena sbocciati della razza umana! Benedetti i vostri visi rosei, benedetti i vostri capelli di seta, benedette le vostre gambettine nude, benedetti i vostri giochi, la vostra gioia, la vostra innocenza, le vostre famiglie, la vostra vita! Io v'adoro, creaturine! Venite, accorrete intorno a me, fatemi fare qualche cosa, fatevi servire, imponetemi i vostri capricci, divertitevi di me! Volete picchiarmi? Volete farmi l'urlata? Volete saltarmi a piedi giunti? Volete ch'io vi porti sulle spalle? Volete che m'arrampichi sopra un albero, per farvi ridere? Se mi rompessi la testa, voi dite. E che m'importa di rompermi la testa per voi! Animo, sull'albero. Sono già molto alto, non è vero? Ma salirò ancora. Così? — Noch! — Così? — Immer noch! — Ma volete dunque ch'io salga fino....


.... Oh l'incantevole panorama! Un golfo coperto di navi, due mari che si congiungono, tre città che s'abbracciano, l'Europa e l'Asia che si guardano, mille minareti e mille cupole, in mezzo a migliaia di chioschi, di bazar, di bagni, di terrazze, d'acquedotti, dentro a una corona immensa di giardini e di boschi; e in ogni parte una folla variopinta e innumerevole che sale e scende per venti colline e venti porti, in mezzo ai cipressi, alle fontane e alle tombe; e su tutto questo il cielo d'Oriente! Oh com'è bello, splendido e grande! Io non credevo che una così meravigliosa bellezza si potesse vedere sulla terra altro che in sogno. Ora comprendo il musulmano moribondo che dice: — portatemi alla finestra. — Vi comprendo, poeti che avete spezzata la penna, pittori che avete lacerato la tela, scienziati che avete perduta la flemma, mercanti che avete balbettato dei versi, fanciulle che avete gettato un grido e abbracciato vostra madre, gente d'ogni paese e d'ogni tempra, che vi siete sentiti rimescolare il sangue e inumidire gli occhi davanti a questa visione di paradiso! Oh se potessi portar qui tutto quello che amo, e viver qui, a questa sublime altezza, su questa terrazza aerea salutata dal primo e dall'ultimo raggio del sole! Custode, non mi seccate. — Faccio il mio dovere, captàn. Tutta Costantinopoli sa che il nostro signore e padrone Abdul Aziz, che Allà protegga e conservi, non vuole che nessuna fronte umana si alzi sopra l'ultimo parapetto della torre del Seraskir. Fammi dunque il favore di abbassare la testa. — Lasciami in pace, ti do cinque lire franche. — Abbassa la testa, captàn. — Ti do due scudi franchi. — Abbassa la testa, captàn! — Ti do un napoleone d'oro, che tua moglie diventi sterile e gli uccelli del cielo insudicino la tua barba! S'è mai visto un mulo di turco più mulo di costui? Siamo d'accordo?


.... D'accord, monsieur, d'accord. Donnez moi le napoleon et voici la chaise. — Sta bene; ma aiutatemi a salire, perchè è buio fitto, e sostenetemi di dietro perchè la folla ondeggia. Ed ora dove devo guardare? — Al di là della Senna, signore. — Ah! un fascio di raggi bianchi ha illuminato per un momento un mare di teste nel Campo di Marte. Ora dalla riva in faccia s'alza e s'allarga un nembo di foco che vien giù a schizzi, a sprazzi, a pioggioline, a cascatelle splendide in forma di fiori, di pagliole, di stelle, di fiocchi, d'anelli, e produce nelle acque un tremolío di riflessi, un turbinío di scintille, un lampeggiamento di colori, che par che la Senna travolga perle, cristalli e vezzi d'oro. Intanto dal ponte, dalle case, dalla riva destra si spandono torrenti di luce che colorano via via di verde smeraldo, di giallo sulfureo e di rosso sanguigno le sponde, la folla, l'altura del Trocadero, il padiglione dello Scià; cento cannoni tonano, cento musiche echeggiano, e l'immensa voce della moltitudine empie il cielo come il muggito d'un oceano. A un tratto, tutto si spegne, tutto tace, e la folla, immersa daccapo nelle tenebre, volta le sue trecentomila teste a monte della Senna. L'incendio di Parigi comincia. Vampe di luce indiana e fasci di luce elettrica vibrati tutt'insieme da mille punti, illuminano tutte le sommità dei più alti edifizî. I tetti delle Tuilleries sfolgorano come piramidi di carbonchio, la cupola del Panteon è di bragia, il palazzo dell'Industria è d'argento percosso dal sole, il palazzo degli Invalidi è verde acceso, la torre di San Giacomo, la colonna di Grenelle, la scuola militare, San Sulpizio, Nostra Signora di Parigi mostrano i loro grandiosi contorni segnati di foco, le loro cime coronate d'aureole e velate di fumo luminoso, e il cielo appare colorato qua e là d'aurore e di tramonti di soli ignoti; e infine una miriade di razzi scoppia da un capo all'altro di Parigi con un fragore formidabile, e si risolve in una immensa pioggia silenziosa di fiori ardenti, accompagnata da un grido universale d'allegrezza infantile....


.... Vera allegrezza infantile! Lasciate stare codeste fanciullaggini, e pensate alla morte! — Ah! siete voi, signor Danmann? — Son io, il vecchio e uggioso filosofo danese, che vi sermoneggia in fondo a una carrozza, tra Turnu-Severin e Palanka, un'ora prima del levar del sole; distogliendo voi, stizzito, (perchè vedo che vi stizzite) dal cercare cogli occhi fra le capanne e le siepi, a traverso la nebbia, le incerte forme bianche delle contadine valacche. Lasciatemi dunque finire il discorso. Vi voglio ripetere il mio consiglio, un buon consiglio per la pace della vostra vita. Pensate tutti i giorni, e lungo tempo alla morte; ma sprofondatevi in questo pensiero e chiudetevi in esso come in una tomba, giovandovi di tutta la forza della vostra immaginazione. Raffigurate voi a voi stesso, colto da una malattia mortale —, moribondo —, morto; stampatevi bene in mente l'aspetto del vostro cadavere; osservate ogni movimento degli uomini che vi stendono nella cassa, che inchiodano il coperchio, che vi portan via; — guardate a traverso le assicelle la città affaccendata ed allegra; — sentite il freddo della fossa in cui vi calano —; udite il rumore della terra che vi gettano sul capo; immaginatevi là solo, immobile, scheletrito, orrendo, e meditate senza staccar gli occhi da quell'orrore. Ebbene, credete a me: chi non ne ha fatto esperimento, non può concepire il grande e salutare cangiamento che produce questa meditazione funebre di tutti i giorni nella nostra maniera di vedere e di sentire il mondo e la vita. La nostra sventura è quel sentimento vago d'immortalità terrena, il quale ci fa vedere tutte le cose che ne circondano, più grandi e più importanti di quello che sono; onde più grandi i dolori, e anche le gioie, perchè sproporzionatamente maggiori delle cause, sorgenti di tristezza. Ma l'abitudine del pensiero della morte, ravvivando continuamente il sentimento della precarietà d'ogni cosa, ci presenta tutto ridotto alle sue proporzioni reali, e restituisce così l'equilibrio tra noi ed il vero, e coll'equilibrio la pace, e colla pace un misurato e più sicuro godimento della vita. Provate e rimarrete meravigliato, amico mio, vedendo come fuggiranno da voi tutti i piccoli sentimenti ignobili, tutti quei piccoli dolori senza cagione, quella turba miserabile d'irucole, d'invidiole, d'ambizioncelle, di dispetti, di crucci, che rode sordamente l'anima umana, e la rende più infelice che non le grandi sventure. Provate: in ogni vostra piaga morale versate prontamente questo pensiero, come versereste un balsamo in una piaga del corpo. Ogni volta che v'assale l'orgoglio, osservate le vene della vostra mano, tastate le vostre costole, trattenete per qualche momento il respiro, e sentendo così improvvisamente la debolezza della vostra vita, tornerete umile. Quando qualcuno v'offende, rappresentatevi alla mente il suo scheletro, tutte le più minute parti del suo fragile organismo, un vaso sanguigno del suo capo che, rompendosi, lo può rendere da un momento all'altro forsennato o cadavere; e perdonerete. Abituatevi a vedere in ogni uomo un moribondo; nello spettacolo della natura un quadro fantasmagorico che brilla e svanisce; in tutti i beni della terra, il bene d'un momento, che un raffreddore vi può togliere; abituatevi a sentirvi morire, fatevi del pensiero della morte un sostegno, un rifugio; e non temete ch'esso vi stanchi della vita, e vi renda freddo agli affetti e al lavoro, chè anzi ogni vostro affetto si colorerà d'una mestizia divina, e si farà più profondo. Ah! con che delirio d'amore bacerete la vostra amante, pensando che con una stretta delle braccia potreste slanciare la sua anima nell'eternità e il suo corpo nella tomba! E il vostro lavoro sarà più fecondo, perchè stando quasi colla vostra mente fuori della vita, contemplerete gli uomini e le cose dall'alto, coll'anima più quieta e coll'occhio più sereno. Eccoci a Palanca; qui dobbiamo separarci; ricordatevi i consigli del vecchio Danmann, e addio. — Permettetemi d'abbracciarvi, signore. — A me figliuolo. — .... Gran Dio! Voi non siete Danmann, voi non siete vivo! Voi siete di bronzo!...