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Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una famiglia piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha appetito. — Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è che ho fatto uno spuntino due ore fa. — Questa parola spuntino destò uno stupore generale, e tutti mi guardarono come per domandarmi che diavolo avessi voluto dire. Io continuai: — In ogni modo bisogna che desini per non essere poi obbligato a fare un ritocchino fra un paio d'ore. — Nuova meraviglia per questo misterioso ritocchino. — Del resto, soggiunsi, questo piatto è così squisito che vorrei pigliare ancora il contentino. — Terza meraviglia per il contentino.
Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.
Spuntino, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e tanto per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)
Ritocchino, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)
Contentino, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si dice pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)
Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle espressioni mangiare prima del desinare, mangiare dopo, prendere ancora un boccone che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il quale consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite solo perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si approvi o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra le espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho veduto, per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per dire in italiano quello che in francese si dice foisonner, in piemontese fe foson, in genovese faa reo, ecc.; una cosa che in famiglia occorre di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che sono veramente. Dicevano: la tal cosa pare più abbondante di quello che è, della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede, ecc. Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice far comparita. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir male una cosa semplicissima, se può dirla con un toscanismo di due parole?
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Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o parlando, delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase di cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli esprimono con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola golino, per esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando gli dico: — il tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice aperti. — Se non so che ci sia la parola ingozzatura, non m'accorgo di fare una lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura, — Gli diedi un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo feci scendere fin sulle spalle, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a studiare la lingua, come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti; vedremo quante lacune ci son nel nostro parlare e nel nostro scrivere, quante superfluità, quante improprietà, quante pedanterie, quanta miseria!
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