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A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio, e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza, inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi lavare la faccia.

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Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini, il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato, falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e sentito una voce sovrumana.

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Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato, squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro. Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta, via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta! Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha messo un cappelletto di carta sulla testa.

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Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri! Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.

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Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino, scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole, inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta. Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.