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Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi! Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto; mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa, farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita, t'adoro!

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Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi, — nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato. Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.

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Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia, come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, — pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio, di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile, stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena nel petto e cadrei senza vita.

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Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria, sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che pace nel mio cuore!

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Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico; quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole, mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui! Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo, supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.