— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.
Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.
— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua, che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi più?
— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.
— Addio — disse Menendez, e disparve.
X.
Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza. Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati, si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione, e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il lavoro la sua bella fronte pensierosa.
XI.
I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo, non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano: — Muy bien, Fermina! —; tutti la guardavano con una certa curiosità rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie, marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di gratitudine: — Benedetta lei, senorita, che ce ne ha liberati! — Ma Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.