E le astute! Anche queste fanno delle scenette impagabili. Ce n'è delle piccolissime che hanno già la finezza di fingere di non capire che una certa bambola sia più cara d'un'altra, e cercan di dare alla loro scelta una ragione diversa dalla vera, che paia anche una prova della loro gentilezza di cuore: non vogliono quella tale perchè è più grande e meglio abbigliata; ma perchè ha l'aria più buona. Altre credono di pigliare all'amo i parenti con certi sotterfugi di un'evidenza comicissima: vogliono una bambola da trenta lire, per esempio, invece di una da cinque; ma quella si contentano di prenderla in camicia, mentre questa è vestita; perchè c'è compenso, secondo loro. E bisogna sentire qualche altra, quando la mamma, mentre contratta una bambola già quasi accettata, cerca, movendosi, di non lasciargliene vedere una più cara, che potrebbe far rifiutare la prima, bisogna sentire con che tuono le dicono: — Eh, mamma, non serve che tu ti metta in mezzo: l'ho già vista. Tu cerchi di pararla perchè costa di più. Ah, vedi che diventi rossa! Ebbene, è quella lì appunto che io voglio. —

Fra le astute ci sono le ostinate impassibili, che sono un “genere„ tremendo; ed hanno tutte un procedimento uguale, come se l'avessero imparato tutte da una sola. Si vede alle volte una intera famiglia, disposta in cerchio intorno a una bimba alta un palmo, scalmanarsi un'ora inutilmente, con le buone e con le brusche, per indurla a cedere; e quella rimane là in mezzo immobile, incocciata a volere la bambola preferita, dura e muta come un paracarro. Conosce i suoi polli, ha fatto i suoi conti; sa per prova che, a tener duro, la spunterà, senza darsi l'incomodo di piangere e di strepitare: le basta tacere e non muoversi, respingendo a colpi di gomito ben assestati le mani carezzevoli che tentano di posarsele sulle spalle per rabbonirla. Non c'è che pigliarla in braccio e portarla via come un pacco. Ma le bimbe che fanno così hanno dei parenti incapaci di quegli atti eroici. Falliti i negoziati e sciupate le minacce, il padre o la madre finisce con rassegnarsi e munger la borsa, con la magra consolazione — qualche volta espressa a voce alta — di pensar che la sua figliuola è un carattere.

Domandai al Bonini che parte egli rappresentasse in questi piccoli drammi. — Una parte odiosa, — rispose sorridendo, — quasi sempre. — E mi raccontò un fatterello divertente. Anni fa, gli venne in bottega, con la mamma e una zia, una bella bimba, una ricciolina bruna, di quelle “tragiche„; la quale fece tali furie perchè non le volevan comprare una bambola delle più care, si mise a strillare e a dimenarsi con tale frenesia, che la madre, sgomenta, affannata dal timore che le pigliassero le convulsioni, si diede a gridare quasi piangendo: — Dio mio! Che cosa fare! M'aiuti lei! Trovi qualche modo! — E il Bonini trovò: agguantò la bambola desiderata, corse in fondo alla bottega, fece mostra di ravvolgerla in un panno, dove mise invece quella scelta dalla signora, ingrossando il volume con una dozzina di giornali, legò l'involto traditore in fretta e in furia, e portatolo alla bimba, le disse: — Prenda, se la porti a casa, aggiusteremo i conti un'altra volta. — Ah, buon Dio! — esclamò; — seppi poi quello che era accaduto a casa, all'apertura dell'involto: una tempesta, un inferno tale, caro signore, che ebbi rimorso dell'opera mia.

— E poi? — domandai.

— E poi.... La bimba è tornata qui altre volte.... Da anni non ci vien più, è una signorina da marito, la vedo qualche volta passar per via Roma: ebbene, lo vuol credere? Lo capisco dalle occhiate che mi tira.... Non mi ha ancor perdonato!

Gli domandai fino a che età venissero le ragazze a comperar bambole. Sorrise, e rispose sottovoce: — Alcune vengono fino a un'età.... incredibile. — E si mostrò osservatore fine ed artista parlando del come certe ragazze grandi si presentano, nelle ore che non c'è nessuno, un po' impacciate, con due rose vive sulle guance, sorridendo e vergognandosi a un tempo: graziosissime, veramente. E qualche volta egli s'avvede benissimo della commediola concertata che recitano insieme, per salvare la dignità, la figliuola e la mamma; le quali esaminano la merce discorrendo fra loro come se la compera fosse destinata ad una sorella più piccola, di cui non esiste l'effigie. Quante ne ha viste passare in ventidue anni! Quante ne riconosce ancora, che hanno preso marito e son madri! Per alcune, tra l'ultima bambola che comprarono per sè e la prima che vengono a comperare per la loro bambina, non passano che cinque o sei anni. Vedendole comparire, dopo qualche tempo, con una governante che ha un batuffolo in braccio, gli par che vengano a restituire l'ultimo acquisto che hanno fatto nella sua bottega. Qualcuna gli dice scherzando: — Quando le comperavo per me, non tirava i prezzi a questo modo. — E spesso egli vede la bambina far le medesime scenate che fece la madre, e quando questa le dice: — Ma che modi son questi? Ma non hai vergogna a farti sentire? Ma non vedi che tutti ti guardano, ecc. — si ricorda che eran proprio quelle stesse parole che la nonna diceva a lei, pochi anni addietro, e proprio sulle stesse pianelle del pavimento, e con lo stessissimo frutto; e ha buona speranza di veder ancor ripetere la scena dalla bambina presente con una bambina futura.

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Di un gran numero delle sue clienti serba i nomi in un registro “a figlia e matrice„ dove sono segnate le riparazioni da fare alle bambole: poichè egli non è meno rinomato raccomodatore che fabbricatore, e fa l'agevolezza del pagamento cumulativo in fin d'anno, come i medici. Diedi un'occhiata all'ultimo libro: in poco più d'un anno quasi tremila riparazioni: è un bel rompere. Si trovano in quei fogli i nomi d'un gran numero di famiglie note dell'aristocrazia, dell'alta industria, dell'alta finanza e della politica, e le registrazioni sono fatte in modo che, a legger quel libro altrove, senza sapere a chi appartiene, si fremerebbe d'orrore e di pietà, e si riderebbe anche cordialmente. Figuratevi! — Signorina A. B. le gambe rotte — Contessa S. D. R. perduti gli occhi — Marchesa D. O. T. — una parrucca — Signora E. Z. — cambiarle le calze; e avanti così. A una baronessa va rinnovato il meccanismo, un'altra signora ha perduto la voce, un'altra ha perduto la testa. Ma in realtà non c'è da ridere, perchè molte delle clienti vengono a portar la bambola con gli occhi ancora lagrimosi, addolorate come d'una disgrazia vera, e, lasciandola, fanno raccomandazioni su raccomandazioni, con voce commossa, come la madre al chirurgo che deve operare il figliuolo. E la sala delle operazioni è là presso, tutta ingombra di ferri, di pinze, di fili, di piccoli congegni per tener unite le membra avulse, di boccette di colori per ritingere i visi slavati, di vasetti di pasta per curare le scoriazioni e le piaghe; e vi si vedono sui tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle finestre, buttate in tutti gli atteggiamenti, grandi bambole nude, con le capigliature tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili„ stralunati, con le “bocche parlanti„ spalancate, le une cieche, le altre zoppe, le altre mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, braccia e gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un cert'antro fantastico di Jack lo squartatore, visto in un baraccone di Piazza Vittorio Emanuele, nel carnevale passato. Ma v'è in un angolo un cassone che dà anche meglio l'idea di tutti gli strazi che possono fare di un simulacro fragile di corpo umano quegli artiglietti così industriosi e pazienti nel lavoro di distruzione che son le manine fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva dell'anatomia del giocattolo: un cassone che vi richiamerebbe alla mente il carnaio della casa di Sédan, descritto dallo Zola, dov'era ammucchiato tutto quello che cadeva dalle tavole d'operazione del dottore Bouroche. È una miscela miseranda di pezzi di cranio, di mezze facce, di occhi divelti, di frammenti d'arti superiori e inferiori, di manine e di piedini recisi, e di nasetti staccati e di chiome bruciate, che fanno pensare a mille accidenti domestici e pianti e dolori e scenate e diverbi coniugali conseguenti.... — Sei tu che l'hai avvezzata male. — Ma se ha il tuo carattere per l'appunto! — Non è il mio carattere, è la tua educazione. — Ma come?... — Ma certo!... — Ah, che esistenza, Dio mio!...

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Merce ve n'è da contentare il bel sesso di tutte le scuole elementari della penisola: cassetti sopra cassetti, casse dietro casse, strati sopra strati, collegi, folle, generazioni di bambole; e poichè le straniere, per scemar le spese della dogana, che prende due lire il chilogramma per le bambole intere, si fanno venire divise in due, e anche le indigene, per occupar meno spazio, si dividono, così ci sono casse piene di corpi senza testa, e casse piene di teste scompagnate, in modo che le clienti possono metter la testa che vogliono sul corpo che loro piace: operazione che scongiurerebbe tanti guai se si potesse fare nei matrimoni! E poichè pagano di meno le teste senz'occhi, ci sono casse piene di teste con le occhiaie vuote e casse piene d'occhi di tutti i colori, che, al levar del coperchio, vi fissano in viso cento sguardi interrogatori, come stupiti della luce improvvisa. E poi ancora scatole sopra scatole piene di piccole capigliature bionde, brune, castagne, arricciolate, increspate, ondulate, incipriate, che danno l'immagine di tanti cofanetti di don Giovanni, contenenti le ciocche delle cento belle sedotte. Ma quelle cassette di teste, con quei cartellini scritti a grossi caratteri, quanto fanno pensare di più! Ce n'è tanta varietà quanta ne può offrire una Camera di deputati: Teste di legno — Teste di ferro — Teste di cera — Teste infrangibili — Teste piccole — Teste grandi — Teste fini.... — E v'è accanto a questo un altro grande compartimento, quello delle marionette, che sono pure una “specialità„ del Bonini; altri scatoloni innumerevoli, con certi strani accoppiamenti di nomi sulle etichette, come vecchie e streghe — monache e diavoli — fantasmi e garibaldini, — e fra le più appariscenti, tre scatole che si toccano, su cui è scritto: — dottori — assassini — sindaci. — E poi bambole da capo, il compartimento dei corredi, dove sono maraviglie di piccolissime calze di tutte le tinte, con legaccioli che paiono anelli da dito, di camicine trinate, di ombrellini, di manicotti in cui non entra il mignolo, di piccoli corredi compiuti, che costano lo stipendio d'un anno di molti maestri elementari del regno d'Italia; e poi il magazzino delle stoviglie da tavola e da lavamani, che un tempo venivan tutte di fuori e ora si fabbricano con molto gusto e a mite prezzo a Laveno; e in fine la sezione dei mobili, dove ai prodotti di fabbrica sono frammiste tavole e seggiole minuscole, fatte pazientemente a mano da lavoratori solitari, da giovani artisti senza impiego, e anche da vecchi servitori dello Stato pensionati e cavalieri, che, serbando l'incognito, si guadagnano con quei gingilli il tabacco da naso.