E davanti a quel “plebiscito d'amore„ l'accusata restò sorridente, girando sulle accusatrici il suo dolce sguardo di santerella, come se le avessero fatto un panegirico. — O povero illuso, — dissi in cuor mio, — che pretendi di legger nelle anime a traverso ai visi! Che povera scienza è la tua!
In quel punto attirò i miei occhi la testa grossissima e sformata d'un ragazzo che mi mostrava le spalle, ed essendosi egli voltato nel punto stesso, fui colpito, quasi con un senso di ribrezzo, dalla strana rassomiglianza che presentava il suo viso con la faccia orribile messa dal Lombroso sulla copertina del suo Uomo delinquente. Ma questa volta non mi potevo ingannare. In quel viso mostruoso, che si stringeva dal basso all'alto come un trapezio, sotto quella fronte bassissima, irta di setole, dalla quale sporgevano due grandi orecchi che parevano i manichi d'una pentola deforme, brillavano due occhi di grandezza ineguale e sporgenti dall'orbita, ma così angelicamente buoni e amorosi, che non ebbi l'ombra d'un dubbio quando la maestra, chiamatolo e messagli una mano sul capo, mi disse: — Questo, vede, è un angelo; la più dolce, la più cara creatura che sia stata qui da molti anni. — Allungai la mano per prendergli il mento, e mi commosse, mi diede quasi una stretta al cuore l'atto pronto con cui egli l'afferrò, come un affamato afferra un pane, e la grazia affettuosa con cui se la mise sul capo, chiudendo gli occhi, come per raccogliersi tutto nel sentimento di quella carezza....
IV.
Cessata la pioggia, uscirono tutti nel giardino, dove vidi molte scenette curiosissime.
I maschi, riuniti in file di dieci o dodici, ciascuno con una mano appoggiata sulla spalla di quello che lo precedeva, andavano e venivano per i sentieri, pestando i piedi e cantando una strofetta. In un angolo, lungo il muro, c'erano poche fragole che sarebbero state tutte sulla palma della mano. Ogni volta che' una delle file cantanti passava di là, tutti, come se obbedissero a un comando, voltavano il viso verso quelle tentazioni porporine, rallentando il passo e smorzando la voce, e seguitavano così col collo torto e con gli occhi rivolti verso il frutto vietato, fin che lo perdevan di vista, come fa una pattuglia di soldati quando passa davanti a una bella ragazza; e in quel passaggio sfavillavano tutti i visi d'un desiderio così vivo, che, a vederli, si ridestavano in me pure, come un vago ricordo, gli stimoli antichi del palato infantile, e mi pareva di ringiovanire in quel senso. Oh, gli asili infantili, che case di cura sarebbero per i malati di disappetenza! Mentre quei cori giravano, si formavano qua e là gruppi in ginocchio attorno a un bimbo o a una bimba che aveva trovato una lumaca o un'ape o una pietruzza luccicante, corone di teste rapate o capellute, chinate e strette, che non si vedeva più un viso, veri mucchi di zucchine d'oro, come si vedono nei mercati d'erbaggi, appiccicate le une alle altre in maniera che le maestre le dovevan separare a forza perchè pigliassero un po' di respiro. E intanto io ammiravo l'arte perfetta d'imitazione con cui certe bambine, benchè di famiglia povera, facevano alle signore che si rendon visita: — Venga avanti — Non la disturbo? — Ma si figuri! Faccia il favore d'accomodarsi. — Era tanto tempo che desideravo di rivederla!... — E mille riverenze da contraddanza e sorrisi di damine in solluchero. E mentre da una parte seguiva questo scambio di cerimonie, vedevo di sbieco dall'altra una piccola baruffa, non so se finta o vera, in cui le “damine„ si ricambiavano con voci angeliche la parola del Cambronne e si voltavan la schiena battendosi la manina sulle mele minuscole, con un atto di disprezzo che, senza dubbio, avevano preso dal vero.
Le mie osservazioni furono interrotte in quel momento dalle grida di cinque o sei piccini che accorrevano ad annunciare alla direttrice, col viso spaventato: — C'è un bambino che ha perduto un braccio!
La direttrice corse a vedere. Era un bimbo, al quale la mamma, perchè non movesse un braccio che s'era un po' forzato cadendo, gliel'aveva stretto al busto con una fascia, di sotto alla giacchettina, di cui ciondolava vuota la manica; e per questo gli s'era fatta intorno una folla, che lo guardava e lo tastava, facendo mille commenti terribili.
V.
La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei, che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare — aveva risposto: — ma prima mangiamo e poi piangeremo — ma con tale accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica; non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il papà, che le stava accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.