La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi, una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: — Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e, tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione, approvata dall'autorità, del complimento.

E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.

VI.

Poi mi fecero veder le maraviglie dell'Asilo: una bimba con la capigliatura nera strisciata d'oro; conciata a quel modo dalla mamma che, incaponita di tingerla alla Tina di Lorenzo, lasciava qualche volta a mezzo l'operazione e la mandava fuori così, chiomata del bicolore austriaco; un'altra che quasi nascondeva il visetto sotto un turbante di riccioli lucidissimi, una matassa stupenda di anelli di velluto corvino, in cui tutte le compagne cacciavan le mani per diletto, e che tremolavan tutti a ogni scossa del capo come animati da mille spiritelli irrequieti; e infine il bimbo dai cinque panciotti, imbottito in quella forma dalla mamma per un suo terrore morboso dei' raffreddori di petto, e che, oppresso da quella rigatteria, camminava annaspando con le braccia larghe come se invocasse soccorso. Ah, c'era da divertirsi, e anche da commoversi, non altro che ad osservare in quei bimbi la varietà dei prodotti dell'industria domestica, e in un solo capo di vestiario. Una collezione di calzoncini, per esempio, da far rimpiangere di non esser andati là con una istantanea: tutti i più strani saggi di taglio a cui possano riuscire le forbici inesperte e affrettate d'una povera donna del popolo che ha le faccende a gola e che utilizza senza scrupoli artistici quanti avanzi di stoffa le cascano nelle mani, con la certezza che la vittima inconsapevole accetterà qualunque ludibrio. Calzoni di due colori e di più di due, raccorciati con filze, allungati con giunte, scaccati di toppe, fatti di tende da letto, di federe di guanciali e di scialli logori, con borsoni posteriori capaci quattro volte del contenuto, con spaccature somiglianti a finestre a sesto acuto: mezze brachine della forma d'imbuti accoppiati, di trombe gemelle e di sacchetti da ricotta, che mettevano su quei corpicini delle apparenze buffe di fianchi, di pancie e di deretani enormi e spostati, o li serravano, per scarsità di panno, come maglie chirurgiche, facendo schizzar per di dietro, a ogni più piccolo movimento, degli spicchi di carne rosata, impazienti della prigionia, impudicamente ribelli all'avarizia tiranna della sarta: una raccolta di figurini di fantasia da farne una sezione umoristica a parte nella prossima Esposizione nazionale.

Ma da queste osservazioni ero continuamente ricondotto a quella della varietà dei caratteri che si manifestava nei modi molto diversi di ricevere le dimostrazioni amorevoli. Molti indifferenti affatto, parecchi quasi repugnanti, qualcuno stupito, che si toccava la parte del capo dov'era stato baciato, come se non capisse che cosa io gli avessi fatto. Ma i più si mostravano contenti e grati, e fra questi alcuni che si riscotevano e brillavano sotto la carezza come per la soddisfazione d'un bisogno vivo dell'animo, e che ritornavan poco dopo a prendermi la mano e a mettersela da sè sulla spalla o sotto il mento e a strisciarmisi attorno come gattini, guardandomi di sotto in su con una espressione di grande dolcezza; quello dalla testa deforme, fra gli altri, e la bimba dei diavoletti, e un morino piccolissimo, nato con un orecchio solo, con due begli occhi pensierosi, nuotante nel più spropositato par di brachesse della collezione. Ed anche quand'eran lontani, incontravo di tanto in tanto, qua e là, i loro occhi soavi, che mi sorridevano con quella espressione di familiarità fraterna, propria della infanzia, che dà del tu a tutte le età e a tutte le stature ed ha per tutti quelli che l'amano lo stesso sorriso.

E qua e là, ma sempre da lontano, incontravo pure lo sguardo del bimbo burlone, che parea che osservasse ogni mio atto e volesse farmi capire, con quel suo sogghigno obliquo e rugoso e col suo occhietto strizzato, che gli parevo ridicolo. E che volete! Avevo un bel dirmi che in un moccicoso di quell'età non poteva corrispondere il pensiero all'espressione della maschera: quel sogghigno di piccolo Mefistofele mi riusciva molesto e, quasi senza volerlo, badavo a scansarlo, come si fa qualche volta in casa d'altri davanti a certi ritratti di persone sconosciute, che par che ci frughino con lo sguardo nell'anima e pensino di noi roba da chiodi.

VII.

Suonata l'ora della colazione, rientrarono tutti nel camerone e presero posto, in piedi, a due tavole lunghissime, su cui era scodellata la minestra di riso e fagioli. Fu un divertimento a vedere come gingillavano tutte quelle manine per annodarsi sotto la nuca le fettucce del tovagliolo: i più non riuscivano a incrociarle; molte bimbe, per sbaglio, se le legavano alla treccia; altre non facevano che annaspar nel vuoto con mille movimenti strani e graziosi da zampine di gatto. Ma il “banchetto„ procedette con ordine ammirabile. Non vi fu che un “incidente„ da lamentare: un bimbo, dicendo che non aveva appetito, rovesciò la sua scodella in quella del vicino; poi si pentì e rivolle la sua minestra; ma l'altro, che era un minestraio emerito, si rifiutò: dopo molto contrasto, nondimeno, scese a patti, e gli offri, generosamente, un fagiolo — uno solo — che il primo respinse con sdegno, invocando a grida la maestra. A capo della stessa tavola vidi un banchettante che si ribeveva le lacrime, ma nel senso materiale della parola, poichè mangiava avidamente e piangeva insieme a goccioloni fitti, che gli piovevano nella minestra, e quel gran dolore manducante riusciva più comico perchè gli stava dietro la cuoca col cucchiaione brandito, pronta à riempirgli da capo la scodella per consolargli l'anima. Un solo bimbo mangiava in disparte, con gli occhi ancora rossi di pianto, imboccato da una maestra. Aveva appena tre anni; era entrato nell'asilo quella mattina facendo una scena tale di disperazione che, per veder di quetarlo, gli avevano attaccata al petto una medaglia; e s'era quetato come per miracolo. Nel momento che gli passavo accanto egli spalancava la bocca per ricevere il fatto suo: eppure, in quello stesso momento, senza neanche torcere il capo, guardandomi con la coda dell'occhio e ingoiando la cucchiaiata, prese la medaglia con due dita e me la mostrò. Ahimè! Quando mai si potranno sopprimere le onorificenze ufficiali?

VIII.

Finito il banchetto, senza discorsi, le maestre distribuirono i panierini e tutti si sparsero per quella e per l'altre stanze per riunirsi da capo, qua e là, a coppie e a gruppi, sedendosi in parte sulle panchettine lungo le pareti e in parte sull'ammattonato, a mangiare in libertà quello che s'eran portati da casa. La direttrice mi condusse in un angolo dov'eran due fratelli che leticavano e — Veda che caso — mi disse: — questi due fratelli hanno il panierino in comune. Ebbene: ogni mattina dell'anno, regolarmente, s'accapigliano per la divisione del mangiare; ogni mattina il più grande vuol prender tutto per sè, e non c'è che l'autorità che lo faccia cedere. La lite è così certa e preveduta che gli altri bimbi vengono a vedere prima che incominci. Che cos'è mai l'istinto della proprietà! — Veramente, a me pareva l'istinto del furto; ma mi guardai dal dirlo perchè, in bocca mia, l'osservazione sarebbe potuta parer “sovversiva„.