Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne, trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù, col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni, erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.
Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno, che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava, assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.
Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi, che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura; e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile, perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... per non farli più tristi.
Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi, che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.
Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori della bandiera italiana?
— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.
— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi piacere.
Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti, da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? — Pere cite (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... — Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene, quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — La mia patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede.... — E scrivi venti con due zeri? Mariuolo!...
A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa il bue?
E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.