Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due occhi fulminei.
Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento forzato di deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo collo come se mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano le mani e le labbra. Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento dell'intelligenza tesa a tutta possa, quasi con l'espressione d'un dolore fisico, che si mutava tutt'a un tratto in serenità a un: — Bene — dell'esaminatore, come la contrazione del viso d'un assetato a una sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender meglio, si cacciavan sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro, quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come ipnotizzati. E a che grado di tenuità si riducevano per la paura certe voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di fili d'acqua, sospiri moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo della tavola, in modo che, quando leggevano col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle nè collo, pareva che la loro zucchina rapata posasse sul tappeto verde come divisa dal busto, e quando scrivevano con la penna del maestro, iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta, sorpassava di quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno spiede.
— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.
L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose prontamente, come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale dell'enumerazione: — La polenta, le patate, l'insalata....
La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro alunno, che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile, rispose con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la testa, il collo, le spalle....
Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un viso sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno, inaccessibile per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho neppure un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, del ministero dell'istruzione pubblica e di tutto lo scibile umano? —
Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per rispondere alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto la tavola o dietro la schiena; altri, senza un riguardo al mondo, calcolavano con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando successivamente le dita della mano sinistra col pollice e con l'indice della destra e scotendole a tutta forza come per provare la saldezza delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le labbra e le palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro domandò quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto armeggiato con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente: — Quarantanove. — E, secondo il suo modo di vedere, come dice il Ferravilla dell'orso bianco che incanutisce in nero, egli aveva calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, invece di sommare. Un semplice malinteso.
Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande finestra aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli uccelli che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti d'incertezza o di smarrimento, rivolgevano quasi tutti lo sguardo da quella parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole creature volanti, che non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel sentimento era compreso da più d'una maestra che, impietosita, per richiamare all'attenzione l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento e gli faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un mappamondo sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.
Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza neutrale„ aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi guardavan più con terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi momenti critici, cercando ansiosamente una risposta, mi rivolgeva uno sguardo che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri; fui anzi tentato più volte di far dei segni salvatori dietro le spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto per questo, che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico sul serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia fede nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a tutti il concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione delle intelligenze dovrà essere anche più severa, e quindi la prova degli esami anche più rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi a me stesso, — ed ebbi la forza di non fare un cenno nemmeno a un povero ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto d'affogare in una sottrazione, volgendomi uno sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse il verso di Dante:
Non hai tu spirto di pietade alcuno?