Ah! come la politica indurisce il cuore.
— La morte di Socrate!
Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero voltare bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una giovane maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le aveva dette a un ragazzo minuscolo, presentatosi in quel momento, con un visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La morte di Socrate! — pensai. — E che potrà mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma, con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di Socrate non era che un raccontino di poche righe, compreso nel libretto delle Prime letture, e imparato a mente dagli alunni nel corso dell'anno. L'ometto si fece onore. Disse anzi la chiusa: — Ammirabile risposta! — (la risposta di Socrate) — con un accento di gravità filosofica, che fece ottimo effetto.
Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco prima un pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone dal collo della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi, si capiva che nell'annata egli doveva contar più giornate che pasti. Alla prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece smorto: aveva una gran paura, e gli si leggeva in viso ch'era paura d'una cosa lontana più che del maestro presente; ahimè! delle botte materne e paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame infelice. Mi fece una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al diavolo la logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con stupore del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta, gli disse terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il numero cento? — E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio in aria con l'atto d'uno schermitore che sta per impugnare la spada, prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con un far da padrone, e scrisse in mezzo al foglio un 100 enorme, in vere cifre da lotteria, inappuntabile. Poi buttò la penna da parte, e alzò il viso baldamente, come dicendo: — Si vuol altro da me?... Son qui pronto!
Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti, e disse al maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.
Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella collina di Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli occhi e le Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due raggi di sole....
Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la mamma aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva più in vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro dai capelli bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che rappresentava una signora con la sua figliuola, vestita riccamente, la quale tendeva la mano a una ragazza povera, accompagnata dalla sua mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la stampa: — La figliuola della vedova. — Interrogato, il ragazzo pose il dito prima sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla ricca, questa è la povera.
— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? — e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo padre.
Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno a me che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti, gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: — Hai ragione.... In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo padre.
E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine toste che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi in disdetta che non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le infilavano tutte, e bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro e sette fa dieci con una grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo invermigliato di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome di Epaminonda preparò i muscoli labiali con un movimento comicissimo, come se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; poi un altro, un biondino tutto sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato con tanti cin, da parere che imitasse il suono dei piatti turchi, mettendo a duro cimento la serietà di tutto il corpo esaminante; e dopo di lui un meschinello che a non so qual domanda difficile, dopo un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due lacrime. E vidi ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno dei quali, avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa? — si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro alle letture del Complemento del sillabario, feci molte volate vertiginose da Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto, divertendomi a immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei grandi personaggi nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la solita formula: — Va pure, — sentii certi