possenti aneliti

d'una seconda vita.

che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule dei tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.

L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più lepido della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva aver sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura. La maestra gli fece una domanda, e, tardando la risposta, gli disse, un po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli credette che quel via significasse vattene, e, non desiderando di meglio, girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. Quando l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più, restò a bocca aperta un momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse, e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente accorto del disinganno.

E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole a cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione, trovai ancora nel corridoio del primo piano e in quello a terreno un buon numero di mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con santa pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui alcune accoglievano “gli usciti fuor del pelago„ sommettendoli a un interrogatorio concitato, seguito da un arruffio di risposte, che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano più inquiete di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti. Un piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto di capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore che si vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in bocca le vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato sant'Antonio: tu non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo di donne che circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si diceva che avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti laudativi, lavorando di fantasia: — qualche cosa di non mai visto nè inteso, — gli esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e guardavano il marmottino da capo a piedi, con grande ammirazione, come se gli vedessero già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri. Un po' più in là raccolsi un frammento di dialogo di due popolane, una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno interrogato su tutte le combinazioni più difficili. Già questi maestri e maestre, agli esami, si sa, vanno tutti per protezione. — E domandandole l'altra perchè non fosse andata ad assistere agli esami, che erano a piede libero: — Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — io che non conosco l'errore!

M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della Scuola, davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari e scolare delle prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo. A un tratto tutti tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due ali, guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi scintillanti come di simpatia e d'ammirazione. Certo, entrava qualche personaggio autorevole, l'Ispettore governativo, il Provveditore, che so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi bene educati, — pensai; — buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è così profonda la reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire d'un Superiore, ogni divertimento, ogni cura....

Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.

Era un cameriere di caffè che portava un gelato.

PICCOLI SCRITTORI.

Ho sotto gli occhi i componimenti di trentacinque alunni della seconda elementare d'una scuola municipale di Torino: ragazzi dai sette agli otto anni, di tutte le classi sociali. Chi non ha mai letto una raccolta di “prose„ di questo genere non immagina quanto ci sia da divertirsi e da meditare.