Si noti che il componimento fu fatto nella scuola, senza brutta copia, sotto gli occhi della maestra; la quale, dettato il tema, non aggiunse alcun suggerimento, e che perciò questi lavori sono la schietta manifestazione dell'animo e della capacità intellettuale degli alunni.
Il tema era: — dite quali siano le occupazioni del vostro babbo, della vostra mamma, di ogni persona della vostra casa. —
Non mi trattengo sulla grammatica e sull'ortografia. Noto di volo, soltanto, che gli errori grammaticali sono quasi tutti i medesimi, derivando la maggior parte o da anomalie della lingua, come quello frequentissimo di scrivere al nominativo miei fratelli perchè si dice al singolare mio fratello, o dalla suggestione del dialetto, come quello del dativo gli in vece di le; nel che non si può supporre che i miei piccoli scrittori intendessero di seguire la teoria manzoniana. Quanto all'ortografia, sono pecche comuni (e la ragione si capisce) l'orrore della virgola, il disprezzo dell'apostrofe, l'appiccicatura degli articoli ai sostantivi, e la cattiva amministrazione delle consonanti, risparmiate o spese a sproposito, per non aver la norma della pronunzia esatta. Lo scoglio in cui tutti battono è l'acca del verbo avere. Io credo che molti ragazzi la sognino. E non son forse i più quelli che dimenticano di scriverla; ma quegli altri che, ricordandosi che ci vuole, senza sapere ben dove, la scrivono di dietro invece che davanti, convertendo così il verbo in un'interiezione, — ah, — la quale in certi punti fa un effetto comico, come se volesse dire: son stufo. E degli errori di senso è il più ovvio quello che proviene dall'intromettersi d'un pensiero in un altro pensiero, il quale rimane così troncato nella mente del fanciullo ed espresso a metà sulla carta, come uno di quegli avvisi pubblici a cui si sovrappone in parte un altro avviso. Nella correttezza grammaticale, del resto, come nella regolarità calligrafica, vi sono tra i lavori grandi differenze; non tutte riferibili al vario grado di capacità degli alunni, poichè molte derivano dal loro umore della giornata; che è come dire dalla rottura d'un balocco o dalla perdita d'un soldo o dalla soppressione del caffè e latte mattutino. Ma dei dispiaceri di questa natura si risente molte volte anche lo stile degli scrittori di quarant'anni.
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Restringo le mie osservazioni al campo morale, che è più fecondo e più vario. Ricavo per prima cosa da questi componimenti che la maggior parte delle famiglie si occupano dei loro piccoli scolari assai più di quanto non si soglia credere, poichè non c'è quasi ragazzo, di questi trentacinque, anche di quelli di più umile condizione (e non c'è ragione di sospettare che non sian veritieri), il quale non dica che il padre o la madre o un fratello o una sorella gli fa recitare ogni giorno la lezione o gli rivede il lavoro, e tutti quanti accennano il particolare, che, ogni volta che escon di casa per andar a scuola, la mamma guarda loro nel zaino per veder se ci hanno ogni cosa. Mi par questo un segno certo di progredita istruzione popolare, poichè non credo che nelle famiglie povere di trent'anni addietro si facesse altrettanto. Quasi tutti dicono minutamente e con ordine l'orario di tutti i loro parenti. E da questo e da altri accenni a consuetudini domestiche si capisce la vita ordinata e operosa di molte famiglie, in cui tutti si levano all'alba e lavorano tutta la giornata, e si aiutano e si ricreano insieme nel breve tempo che passano uniti; e appariscono vagamente figure di madri ammirabili, e sventure nobilmente sopportate, e case di piccoli “borghesi„ nelle quali il decoro visibile è mantenuto a prezzo d'una rigida vita interiore, confortata dalla buona armonia e dalla buona coscienza. E per questo rispetto la lettura dei componimenti m'ha rallegrato.
Un'altra cosa consolante ho notata, che contraddirebbe a una mia opinione, ma che, potendo essere un semplice caso, non basta a distruggerla; ed è questa, che dalla classificazione dei componimenti non resulta che i ragazzi di famiglie popolane siano inferiori, per il minor aiuto intellettuale che hanno in casa, a quelli di famiglie agiate, poichè degli undici, sui trentacinque, che ebbero i punti migliori, sei sono figliuoli di povera gente.
Notevole è pure che sono figliuoli del popolo quelli che scrissero espressioni più vive di affetto e di gratitudine per i loro parenti; il che può derivare dal fatto ch'essi li vedono faticare per la famiglia in una forma più sensibile che non sia quella del lavoro della mente, e sono indotti più degli altri alla riflessione dall'austerità della vita, e comprendono e valutano meglio le privazioni che s'impongono per loro il padre e la madre, per effetto dell'esperienza dolorosa che ne fanno sovente essi pure.
Curioso è che i tre alunni più affettuosi della classe sono tutti e tre figliuoli di cuochi.
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Uno di questi chiude il componimento colle parole seguenti, che trascrivo alla lettera: — Oh se potessi essere al posto di mio babbo, e non farlo più lavorare! Io penso che ha cinquant'anni! Io penso alla mia povera mamma che è mezza ammalata! Dio benedica tutta la famiglia! — Il figliuolo d'una lavandaia, orfano del padre, scrive: — Io non ho il babbo, ma dico che cosa fa la mamma. — E dice la sua lunga giornata di lavoro. — Viene a casa tanto stanca che nemmeno mangia la cena. È molto buona e fa tutto quello che può per me, mi guarda perchè i vestiti siano puliti, mi fa la colazione, mi pettina e ha cura di me. — Originale e bella è questa chiusa del figliuolo d'un fabbro ferraio: — Oh bambini, obbedite sempre i vostri genitori. Essi sono gli angioli. Ti anno allevato, ti mantennero ti mandano a scuola ordinato e pulito essi ti diedero la vita e ti fecero camminare. — Questo ti fecero camminare non è bellissimo? Non è men bella quest'altra chiusa, del figliuolo d'un carbonaio: — Povero babbo a durar fatica dalle 5 alle 9 e mezza. Povera sorella che dura fatica a lavorare. Povero fratello, è ammalato e molto. — Ma la più singolare mi par quella del figliuolo d'un conciatore, che dice: — Quanto sono carini i miei genitori! Quando noi gli chiediamo qualche cosa non osano dir di no, dicono di sì. Anno proprio compassione di noi. Il padre si chiama Antonio Lotta, la madre si chiama Maria Lotta, io mi chiamo Giulio Lotta. — E come è semplice e graziosa questa frase del figliuolo d'un lavorante orefice: — Il babbo è molto buono, la mamma è buona come il babbo —;e quest'altra: — La mamma pensa a tutti e a tutto. La sorella, quando la madre è fuori, essa fa da madre. — È una perla quell'essa.