Alcuni di questi componimenti si distinguono per un'abbondanza d'idee, per un'effusione di sentimento e un colore di sincerità, che li fanno parer lettere scritte spontaneamente, a sfogo dell'animo, più che lavori di scuola; e danno perciò a conoscere in parte, l'indole dello scrittore; la quale rimane affatto nascosta in tutti gli altri, segnati d'una comune impronta scolastica. Quattro di questi scrittori originali mi colpirono in particolar modo.

Il primo è un “appassionato„, un cuore “ardente e tenero„. Egli dà al componimento la forma d'una lettera, disordinata e oscura, in cui frammette, come un ritornello poetico, all'espressione dei propri desideri parole di caldo affetto, note quasi d'amore, per la sua maestra; alla quale dà del lei e del tu, espandendo l'anima lirica con una concitazione di stile singolarissima: — Io vorrei andare a Roma — scrive, salvo i peccati mortali d'ortografia — stare due mesi in campagna, ma che lei venisse a vedermi, vorrei giocare alla palla e pregherò per te che non ti arrivi nessuna disgrazia, io le voglio molto bene e vorrei andar nel mare, e guardi di venire a vedermi, che saremo felici, e guardi di non esser mai malata, a me piace d'andare a giocare e guardi di venire al più presto che puoi. Ma l'adoratore rientra in sè tutt'a un tratto alla chiusa, e dice rispettosamente: — Con tutta stima la riverisco.

Il secondo è un'immaginazione effervescente e sfrenata, che esprime rapidamente una quantità di desideri diversi, come se cercasse degli effetti d'antitesi imitando l'arte vittorhughesca di affollare con disordine pensato immagini disparatissime. Egli vorrebbe andare in villeggiatura, a Roma, a Massaua, sul Monte Bianco, a Parigi, sul vapore, in vettura, in tram, in pallone, e dopo aver aggiunto che vorrebbe stare in un gran palazzo e che gli piacerebbe d'essere il re, e accennato altre sue vaste aspirazioni e splendidi sogni, finisce il componimento esprimendo il desiderio modestissimo di pigliare un bagno.

Quest'altro è un filosofo semiserio, che mescola la lepidezza con l'affetto e con l'ironia, rivolgendo tratto tratto la parola a sè medesimo per darsi delle ammonizioni e dei consigli, coloriti di canzonatura. Dopo aver significato il desiderio d'andare in campagna per mangiar frutta, dice: — Ma per te, mio Cesarino, non ci andrai che quando le scuole saranno al fin dell'anno; — e poi enumera le uve che mangierà — l'uva bianca, l'uva nera, l'uva mericana, ecc., e soggiunge paternamente a sè stesso: — Ma io ti dirò, caro Cesarino, che a mangiare tanta uva fa del male, e rovina anche la salute, e fa perfino venire mal di gola; e infine si dà questo memento gentile: — Tu mangierai le frutta, ma le viole le governi per portarle alla maestra, che è tanto buona e gentile coi bambini della sua classe.

L'ultimo è un bel tipo comico di Michelaccio, amante del quieto e grasso vivere. Sentite che beati ozî vagheggia. A lui piacerebbe d'andar l'estate prossima al suo paese nativo (e lo nomina); — a spassarmela in campagna — dice — perchè là si sta molto bene, si mangia, si beve, si dorme e si va a spasso, e poi c'è molta uva, c'è di tutto e questi sono i miei più cari desideri. E dopo aver detto che andrebbe volentieri ad Alassio, dove ha un amico, già suo compagno di scuola (antico compagno, lo chiama), che se ne sta coricato nella sabbia calda dal sole, esce in questa impagabile frase esclamativa, di cui rispetto l'ortografia: E!! — ne son ben malcontento di non poterci far parte! — Ma il più curioso è che questo allegro ragazzo, che parla del paese di Cuccagna come d'un proprio feudo, è figliuolo d'un povero operaio, il quale non ha ombra di casa nè di poderi. E la chiusa del componimento è una gemma. Per dire che vorrebbe scriver dell'altro, ma che, essendo arrivato in fondo al foglio, deve far punto per mancanza di spazio, butta là questa espressione equivoca che può esser presa in un senso.... terribile: non posso più trattenermi.

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V'è ancora espresso, in queste pagine, un ordine particolare di desideri, meritevoli d'un cenno a parte: desideri, che sarebbe più proprio chiamar propositi, di studiare, di esser buoni, di migliorarsi. Quasi tutti li esprimono: molti, certo, più per sentimento di convenienza che per impulso dell'animo, o anche per forza di consuetudine, o per dare buon concetto di sè; ma della sincerità d'alcuni è impossibile dubitare, tanto è amabilmente semplice il loro linguaggio. Dice uno: — mi piacerebbe che la madonna mi facesse essere buono a scuola e a casa. — Un altro: — Io voglio ancora studiare con tanta voglia e con tanta bontà (non è bellissimo?) e poi darò ancora 1000 e poi ancora 1000 consolazioni alla mia signora maestra. Ed hai miei superiori. C'è uno che fa un vero atto di contrizione: — Il mio più bel desiderio è di studiar bene, che la Sig. Maestra è tanto buona, di non dargli tanti dispiaceri non star cattivo, come ho fatto. E adesso guarderò di fare tutto quello che posso per star buono. E carino è l'esordio che fa un altro al componimento: — Io farò tutto quello che so per farlo bene e per scriverlo bene (senza dir che cosa); poi, di sbalzo, dice i suoi desideri, il primo dei quali è di possedere una penna d'avorio, e il secondo è espresso candidamente, così: — Io vorrei che mio padre e mia madre non mi sgridassero mai. — E ci sono anche quelli che si propongono un ideale di buona condotta addirittura disperato, come uno che vorrebbe avere un cortile per giocare “ma non di fare del chiasso, perchè nel giocare un pochino si fa sempre di chiasso„. — Che delicatezza! E in casa sarà forse il terremoto. Il più commovente, in fine, è l'atto di mesta rassegnazione d'un povero ragazzo, il quale, dopo aver esposto molti desideri, mostrando di capire che per lui sono cose dell'altro mondo, che non potrà aver mai, dice che si contenterebbe d'andare alle Colonie alpine dei ragazzi poveri, e soggiunge: — Ma i miei genitori non vogliono perchè dovrò andare a lavorare, ebbene, sia così.

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E queste ultime parole, che paiono un lamento compresso, mi turbano nell'animo la giocondità che m'avevan messo tante altre cose amene trovate in queste pagine, perchè mi rappresentano al pensiero non soltanto il ragazzo che le scrisse, ma quegli altri innumerevoli a cui nessuno dei mille desideri della fanciullezza, nemmeno i più umili, sono appagati, e che, non comprendendo ancora che cosa veramente sia l'esser poveri, non comprendono che i genitori non possono, e pensano che non vogliano, e dicono come quello: — E sia così! — rassegnatamente, ma col cuore di chi si rassegna ad un torto. Ah, i desideri dei ragazzi! Essi sono ad un tempo una delle più care e delle più tristi cose del mondo. Poterli appagare è una delle più dolci soddisfazioni della ricchezza; non potere è una delle amarezze peggiori della povertà. Questo dovrebbero aver sempre in mente quei fortunati ai quali è concessa la grande gioia di essere benefici. Accanto alla carità che domanda al ragazzo povero di che cosa abbia bisogno, ci dovrebbe esser sempre la carità che gli domanda che cosa desidera; dietro la mano che gli dà un pane, una mano che gli porga un trastullo; perchè non basta ch'egli non pianga, bisogna ch'egli sorrida; perchè nella fanciullezza che passa senza sorriso si prepara l'uomo che tratterà i fanciulli senza pietà e che odierà i suoi simili per vendetta

IL GAROFANO ROSSO.