Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due guance; e domandò ancora: — Me lo prometti?
— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in aria di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza. Sarebbero lunghetti.
Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza egli avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te!
E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: — Grazie! — e s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava osservando, come fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per vedere se avesse gambe pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò, col suo passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha buone; vedremo i polmoni. Mio padre si batte! Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà al signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si tratta d'aver prima buone gambe, e poi.... buona schiena. Macte virtute, Carole. Sarà una scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a Rivoli!
*
Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato d'animo alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così espansiva, e così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più che una madre, una sorella. E quel giorno era più allegra del solito; il che gli fece più pena, e gli rese più difficile la dissimulazione. All'ora del desinare, quando sentì la scampanellata di suo padre, tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola a aspettarlo, tutto trepidante.
Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto, e più quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di turbamento, ma con una vivacità insolita, e in un tono anche più affabile dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, dopo aver fatto una domanda, non ponesse mente alla risposta, come se avesse interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto, quando fissava lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un momento come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare. Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si tranquillò alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece brillare una speranza, che gli aperse il cuore.
— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, — composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di battersi fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè non potevano essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo padre e l'avvocato Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi così tranquillo, se avesse dovuto il giorno dopo rischiar la vita? — E s'afferrò con tutte le forze a questa speranza, nella quale ogni sorriso di suo padre lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, a grado a grado, una gioia immensa.
Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: — Che smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che domattina devo partire per Vercelli.