Al ragazzo corse un brivido per le vene.

— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo padre. — Ritornerò la sera. Parto col primo treno.

— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la causa era rimandata al mese venturo?

— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere. Ho ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca. Ma non c'è che fare.

— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza un'ombra di sospetto.

— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la valigietta. Non t'avrai nemmeno da svegliare.

Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di desinare, andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino, fingendo di fare il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si affacciò all'uscio e gli disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo; non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte.

— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase là atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella voce....

*

Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con gli occhi aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando suo padre andasse a dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora udito il suo passo. Che cosa poteva mai fare fino a quell'ora così tarda, poichè non era possibile che avesse l'animo tanto tranquillo da occuparsi dei suoi affari d'ufficio?