Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella domanda: — Che cosa sta facendo?
Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa terribile. Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava a morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza infinita. Suo padre, ancora così giovane, e così buono, che aveva circondato la sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato per lui, che dedicava ogni suo momento libero a istruirlo e a ricrearlo, e che cercava e trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli più bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo fino al principio della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso più rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue parole, risentì le sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine di lui disteso a terra insanguinato, fu oppresso da una stretta di dolore più violenta ancora di quella che aveva risentito la mattina al primo intender la notizia funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza lasciata in lui dalle commozioni profonde della giornata fu più forte dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere al sonno, si assopì leggermente.
E sognò.
Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in casa; ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro, e qualche volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo chiamava, come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma egli non capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto, di dentro ai muri, di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini, o dall'aria. Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce fuggisse davanti a lui. Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore, inciampava in cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi sotto i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — da una voce sempre più supplichevole, sempre più fioca, sempre più lontana. Lo prese la disperazione, si mise a correre con più furia, singhiozzando: — Babbo! Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, e nell'oscurità muta, non più rotta dai lampi, egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava....
Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel passo....
Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla soglia dell'uscio.
Veniva a dargli il bacio d'addio.
Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo capezzale.
Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo. Ma capì che se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe tradito il suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di tutti i nervi, si contenne, e simulò il respiro fitto e regolare del sonno.