Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.

Tremò tutto; ma si vinse.

Suo padre s'allontanò come un'ombra.

*

Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in un lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo il capo, vide nella luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino al marciapiede, e tre signori ritti accanto allo sportello; i quali salutarono suo padre, e salirono dentro con lui. Il fiaccheraio frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò dietro, afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.

Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica. La carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di quei signori che erano saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero accompagnare due padrini, lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne in mente che fosse il medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era una bella mattinata di primavera, limpida e piena di fragranze di campagna. Ma la città, ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe chiuse, presentava l'aspetto triste d'una città disabitata, e le pedate del cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in quella solitudine silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al crocicchio di Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno gratis! — e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più la vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! — Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e gli alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere che aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero della carrozza come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e non pensare ad altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di Genova il cavallo prese un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir la stanchezza, e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie. Lo affaticava sopra tutto lo star chino con le mani sull'asse, che era troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più, perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e quell'atteggiamento gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a temere che non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma raccolse tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro, che se suo padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato certamente a morire. Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore nel petto, gli usciva il respiro come un soffio di mantice. Pensare che il suo povero babbo era lì, a tre palmi dal suo capo, che c'era solo fra di loro una sottile parete di legno, e che pure gli pareva tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia enorme e da un abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli pensasse a lui in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno doloroso che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa della carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti abbandonerò, padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima sfinito in mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio, babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti il mio cuore che batte vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo figliuolo che ti accompagna!

*

Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava seduto accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina, barbuti e gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano per solito di dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza inquieta d'esser complici di un atto insensato e incivile. L'avvocato Pironi pensava alla moglie, che aveva ingannata, al ragazzo, al quale aveva dato quasi a tradimento forse l'ultimo bacio; pensava che era fuggito di casa come un ladro, e che forse egli era un ladro veramente; perchè poteva essere che, uscendo di nascosto da quella casa, ne avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire del figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per la prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che aveva legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro tutto sè stesso. E una voce solenne della coscienza gli rispose: — No, tu non hai questo diritto, perchè la tua vita non è tua! No, tu non dovevi fare quello che hai fatto, non dovresti fare quello che farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, barbara verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma era quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito l'oltraggio; non quella di mettere in gioco due vite che sono strette alla tua, ma non son cosa tua; no, non per altro che per salvare il tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca il nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il coraggio scellerato di gettar la disperazione nella tua casa; per parere un uomo coraggioso non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri con la maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso; prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti, fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per tutta la vita con la miseria e col pianto una parola insolente che t'è sfuggita nell'ira, e che tu non volesti ritirare per superbia. Vigliacco! — A queste parole non trovò più obbiezioni, chiuse gli occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha maggior bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente e studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare con gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe potuta riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte commozione, e stava per dargli quella terribile di vedersi portare a casa suo padre con una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso gli passò il cuore a quel pensiero, e aprendo gli occhi giusto in quel punto a uno scossone della carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, lungo la quale correvano, egli si ricordò delle tante volte che aveva portato a scorrazzare su quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli tornarono vivi alla mente il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava allora, e la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli venne su dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così improvvisa e impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che, se fosse scampato da quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe rimesso i suoi cari a una così triste prova, nè l'animo proprio a una così crudele tortura. — Perdonami questa volta — disse tra sè; — una sola volta m'avrai da perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non giocherà sulla punta della spada la tua salute e il tuo cuore! E questa volta Dio mi protegga per amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero Arturo! —

*

Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era all'estremo delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva fatto di corsa, e per un ragazzo come lui, di petto debole, eran già troppe. Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla prova fresco di lena; ma ci s'era messo già affaticato dagli affanni del giorno avanti, e dalla notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo uno sforzo enorme della volontà l'aveva sorretto fino a quel punto. Era tutto in acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si aggranchivano le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano; la sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che si veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue da una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e la vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra. Come a traverso una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale di Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi! — Poi balenò nella sua mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre andava là. C'erano dieci chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la speranza di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo resto del vigore. Le gambe gli piegavano, si lasciò trascinare; non gli restò che un po' di forza nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente stretto all'asse delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo di naufrago, vide la facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso quasi l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa, allentò le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato l'ospedale, mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio, babbo! addio! addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora a trascinarsi carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso, come un corpo morto.