— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro al fosso che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono, levandosi il cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena quanto occorreva per veder ciò che avveniva.

La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile, della quale appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino, cinto d'un muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una mano invisibile, la carrozza entrò, i battenti si chiusero.

— Siamo perduti! — esclamò Arturo.

— Neppur per sogno, — rispose Carlo.

— Come faremo ad entrare?

— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con me, ma lesto.

Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di corsa, seguito da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino ai piedi del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al compagno: — Scavalchiamolo.

— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si batteranno!

— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo mio.

Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e incrociare le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta con l'altro piede, gli salì ritto sulle spalle e tastò con le dita la sommità del muro.