L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e gli si gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande.

Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti là, per impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato il muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo s'era ferito al polso. Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a traverso al giardino, sentendosi mancar le forze, aveva scoperto la ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto là, fra le sue braccia.

— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!

Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando, lo rassicurò, dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma leggermente, che il compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo l'effusione del sangue, e che non c'era pericolo.

Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno di vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi muore! ma non lo vede che mi muore?

— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una boccetta, — ecco che rivive.

Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.

Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci, singhiozzando.

— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è stato Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece coraggio.... È lui che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui non sarei qui.... Egli m'ha fermato il sangue.... È lui che ha fatto tutto....

Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco, lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul cuore.