A queste aspirazioni consente, in fondo, chiunque abbia senso d'umanità e di giustizia. Nasce il dissenso quando s'entra a discuterle fino a che punto e in qual forma esse possano tradursi in realtà. Studiando i fenomeni sociali e economici, noi osserviamo l'accentrarsi progressivo delle industrie e delle ricchezze, e il conseguente estendersi del proletariato, il trasformarsi continuo dei mezzi privati di lavoro in mezzi che non possono più essere impiegati che socialmente, l'incremento del principio di cooperazione e dello spirito di solidarietà e d'eguaglianza, e da questi e da altri cento fatti che a questi si collegano deduciamo certe leggi, per forza delle quali crediamo che si verrà necessariamente ad un ordinamento nuovo, in cui, diventati proprietà collettiva della nazione tutti i grandi mezzi di produzione, i membri tutti della società produrranno direttamente per la società medesima; la quale, accentrando i prodotti, li ripartirà equamente fra i lavoratori, in ragione della qualità e della quantità del loro lavoro. I dissenzienti ci dicono di no, affermano che un tale ordinamento non s'attuerà mai, che è impossibile ad attuarsi perchè vi si oppongono altre leggi, che essi ritengono, sopra tutte le trasformazioni sociali, immutabili. Ebbene, noi non stimiamo questa una ragiona sufficiente perchè debba avversare il grande moto della nostra idea chi concorda con noi nella critica della società presente e nel sentimento della necessità d'una riforma fondamentale. Ci pare un errore il combattere il socialismo nel suo disegno compiuto di ricostruzione sociale, invece di considerarlo—come riconosce che si dovrebbe anche un nostro illustre avversario—«nella sua intima ispirazione e nell'obbiettivo generale a cui tende, nel che esso risponde innegabilmente all'evoluzione umana»; nel che, aggiungiamo noi, è riposta la sua vera forza. Noi, sull'ordinamento della società futura, potremmo ragionevolmente rifiutare ogni discussione. E anche in questo ci dànno ragione molti dei nostri più autorevoli avversari. Potremmo rispondere con le parole loro che: «intorno ai fenomeni sociali non sono possibili se non previsioni e predizioni generali: riguardanti cioè l'avviamento e l'andamento generale dei fenomeni stessi, non speciali, particolari, individue». Potremmo domandare, come domandò il Bebel al Reichstag, se, nel dar la mossa alla grande rivoluzione, la borghesia francese poteva prevedere quale sarebbe stata in tutti i particolari la struttura intima della società che ne doveva sorgere. Potremmo dire che il pretender questo da noi è pretender cosa superiore alla potenza della mente umana.—E nondimeno—ci si può rispondere—voi mostrate al mondo, come una bandiera, un programma di ricostruzione sociale compiuta.—Ma questo è logico. Noi abbiamo scritto sulla nostra bandiera un ideale, perchè nessun grande moto sociale è possibile intorno a un programma di riforme circoscritte e parziali; perchè è istinto dell'anima umana, in ogni sua più nobile aspirazione, il mirar più alto e più lontano della possibilità immediata di conseguire il suo fine; perchè soltanto una grande riforma, che oltre ad includere un riordinamento del lavoro e della proprietà, porta con sè un profondo rinnovamento morale, sociale e politico, e abbraccia tutte le quistioni che agitano l'umanità, soltanto l'idea d'una riforma simile può raccogliere intorno a sè le moltitudini e suscitar gli entusiasmi e le forze per combattere la lotta enorme a cui siamo chiamati. Domandiamo dunque ai nostri avversari benevoli:—Perchè non venite con noi, voi che pure volete grandi miglioramenti, poichè la nostra bandiera è la sola intorno a cui si possa raccogliere l'esercito per combattere anche le battaglie minori, per compiere anche le conquiste parziali, da noi volute? Una sola cosa può trattenervi, ed è il timore che la tentata attuazione d'un'idea da voi giudicata inattuabile produca nella società uno sconvolgimento funesto. Ma è un timore infondato. I fatti economici e sociali, che, a nostro giudizio, debbono condurre la società all'ordinamento da noi presagito, noi possiamo assecondarli, ma non farli nascere. Se le leggi che deduciamo da quei fatti sono erronee, il nostro ideale non s'attuerà. Se, giunto il proletariato socialista al potere, non fosse ancora pronta nei suoi elementi la organizzazione nuova che deve sostituirsi all'antica, esso si troverebbe impotente non diciamo a compiere, ma nemmeno a tentare una sostituzione precipitata, e dovrebbe restringersi a una serie di riforme preparatorie e graduali. Noi primi siamo persuasi che una trasformazione economica così profonda non si potrà mai attuare prematuramente e con la violenza. È una verità riconosciuta anche dai nostri più fieri oppositori che «parallelo al presente movimento sociale corre un movimento scientifico e razionale che lo trattiene nella giusta misura e impedisce alla società moderna di precipitare nelle catastrofi che hanno ucciso la civiltà antica».
Vedete dunque—ripetiamo ai nostri avversari trattabili—che quel timore non dovrebbe trattenervi dal venire a noi. Avversando il nostro moto, invece, non per altro che perchè non consentite nel nostro programma ideale, voi ritardate anche il conseguimento delle riforme vostre; voi v'opponete anche alla vittoria di quel nostro programma minimo, che in gran parte approvate, e di cui molte idee—di quelle, in specie, che si riferiscono alla politica sociale dei comuni—sono già attuate o in via d'attuarsi in molte grandi città d'Europa e d'America; voi ingrossate il numero di coloro che respingono, come nel parlamento francese, le più eque, le più logiche imposte, come quella progressiva sul reddito, per la sola ragione che il socialismo le propugna, e che condannano a morte qualunque più benefica riforma dicendo che v'è in essa «un germe di socialismo»; voi, finalmente, perchè credete che non si possa giungere fin dove noi vogliamo andare, voi, che pur volete procedere, v'arrestate all'imboccatura della strada e crescete forza alla schiera di quegli «immobili» che voi stessi condannate; i quali, alla loro volta, proteggono e incoraggiano, pur non volendolo, tutti quegli altri che voltano le spalle all'avvenire e tentano di risuscitare il passato. Dice il senatore Pasquale Villari che non ci saranno più tra poco in Italia che tre partiti: i socialisti, i loro avversari intransigenti, e gli iniziatori audaci di riforme pratiche a vantaggio dei lavoratori. Ma egli mostra di dubitare che questi iniziatori sorgano in tempo. Ebbene, se non sorgeranno, sarà quanto abbiam detto finora ampiamente giustificato e provato, e se sorgeranno, sarà un negare la luce del sole il negare che sia un terror salutare del socialismo, e non altro, che li ha fatti sorgere. Ma sarebbe troppo tardi, temiamo. Per ciò, se anche la nostra ragione ripudiasse la dottrina socialista, noi, con piena e ferma coscienza d'operare il bene, ci raccoglieremo egualmente sotto la nuova bandiera; lo faremmo non foss'altro che per ottenere il primo e necessario risultato della prevalenza delle classi lavoratrici nella rappresentanza legale della nazione. E questo è un punto su cui tutti quei nostri avversari, che desiderano sinceramente un salutare rinnovamento sociale, non possono dissentire da noi, perchè non possono non esser persuasi che fin che gli interessi della classe proletaria non saranno direttamente rappresentati da cittadini appartenenti o legati al proletariato, questi interessi non avranno mai una rappresentanza sincera e feconda; perchè è illogico il pretendere o sperare che una maggioranza di rappresentanti della classe superiore possa consentire a riforme gravemente lesive degli interessi della sua classe; perchè nessuna classe sociale votò mai volontariamente, per puro spirito d'altruismo, la propria decadenza; perchè ogni vantaggio, ogni conquista importante nel campo economico non potrà mai essere che l'opera della classe che n'ha bisogno e che v'ha diritto; perchè siamo in un momento della civiltà umana—ed è un dotto statista conservatore che lo disse,—in cui nessuna classe è difesa dall'altra e bisogna che ciascuna si difenda da sè.—Ora noi vediamo che il socialismo soltanto—lo vediamo in Francia, in Germania e nel Belgio,—è riuscito, dopo tanti anni di regime rappresentativo, a mandare nei Parlamenti una schiera di rappresentanti diretti del proletariato, sufficiente per numero e per unità d'intenti a far sentire l'azione propria sull'andamento della cosa pubblica. Supponete pur dunque che il programma socialista non si possa attuare mai,—ripetiamo ai nostri avversari ragionevoli,—ma il moto socialista produrrà pur sempre l'effetto desiderato di togliere il monopolio del potere alla minoranza,—ostacolo precipuo ad ogni grande progresso sociale—o, se non altro, di mettere in faccia al potere un sindacato potente, che ne moralizzi la funzione, ne stimoli le energie e ne allarghi gli orizzonti. Non fosse che per ottenere questo fine, ripetiamo, se anche noi credessimo un'utopia l'ideale socialista, noi diremmo a chi l'annunzia:—Siamo con voi. In presenza dei fatti, quello che v'è d'utopistico nel vostro programma, cadrà. Ma resterà questo grande fatto compiuto, necessario e benefico: lo spostamento dell'asse sociale da una piccola classe, serrata nel cerchio dei propri interessi, a quella grande maggioranza, i cui interessi si confondono con quelli della nazione.
Ho detto: se anche noi credessimo un'utopia l'ideale socialista…. Non debbono dar luogo a dubbi queste parole. Certo, la persuasione non può essere nella più parte di noi così scientificamente fondata come è in quei molti dei nostri compagni di fede, dotti cultori delle scienze economiche, i quali, profondamente compresi della dottrina marxista, ne hanno dedotto con lunghi studi tutte le conseguenze teoriche e pratiche, trovando a tutte le obiezioni una risposta difficile a confutarsi. Si fonda principalmente la nostra persuasione su questo: che i vizi organici più gravi attribuiti all'ordinamento da noi voluto ci appaiono meno gravi di quelli inerenti all'ordinamento attuale; i quali sono gravi tanto da renderne impossibile, anche a giudizio dei suoi difensori, una lunga durata, senza profonde modificazioni; modificazioni che noi giudichiamo insufficienti a salvarlo. E ci fondiamo anche più saldamente sulla ragione vittoriosa che crediamo di poter opporre a quella che è l'obiezione capitale messaci innanzi da tutti i nostri avversari: l'insufficienza, cioè, del sentimento dell'interesse pubblico a sostituire come stimolo al lavoro il sentimento dell'interesse privato, in quel tanto che questo secondo interesse verrebbe ad essere, in una società collettivista, diminuito. E questa ragione vittoriosa è una verità ammessa in parte dagli avversari medesimi: che in una società in cui tutti fossero obbligati al lavoro, e il lavoratore fosse direttamente interessato alla distribuzione della ricchezza, la repugnanza istintiva al lavoro stesso sarebbe grandemente scemata; e che questa repugnanza scemerebbe ancora (e noi crediamo che si muterebbe in propensione) quando per effetto della cooperazione di tutti, della cessata concorrenza, del riscatto della macchina dalla speculazione privata, fosse ancora del lavoro quotidiano abbreviata la durata e alleggerita la fatica. Ci rispondono che noi esageriamo con l'immaginazione la grandezza di questi effetti. Ma questa è una quistione di fede, sulla quale non giova discutere; di quella fede nella natura umana, senza la quale non si sarebbe mai fatto nè tentato nulla d'ardito e di grande nel mondo, e che basta per sè sola a render possibili molti di quei fatti che sono considerati come sue proprie illusioni. Una prevalenza relativa del sentimento collettivo sull'individuale (della quale, in occasioni straordinarie, si vedono pur tanti esempi anche nella società nostra) noi non dubitiamo che avverrebbe in un ordinamento sociale in cui la sua necessità apparisse evidentissima, come è ora in una piccola associazione, e in cui gli animi non fossero più offesi e scoraggiati dallo spettacolo dell'agiatezza oziosa, delle smisurate disuguaglianze economiche e delle mille ingiustizie e degli infiniti privilegi presenti. Noi attendiamo da un mutamento così grande di cose un mutamento psichico meraviglioso. Ecco il punto da cui nessun ragionamento avversario ci può smovere, il fondamento su cui posiamo il nostro edifizio. Per quali vie, poi, e a traverso a quali vicende si perverrà alla meta che ci par sicura; se il socialismo, continuando a estendersi nel mondo civile, serberà un tipo unico o s'informerà allo spirito e ai bisogni particolari di ciascun popolo; se s'attuerà «mediante una produzione collettiva nazionale, parziale o regionale» diventando il comune trasformato, per esempio, un nuovo e potente organismo economico; o se pure la società, prima di giungere all'ordinamento socialista, passerà per uno stadio cooperativo di grandi associazioni, che andranno scemando di numero, fino a ridursi ad una sola, la quale fonderà insieme i vari sistemi di collettivismo; ed anche «qual criterio misuratore del valore finirà con trovar l'esperienza aiutata dalla scienza, se la durata media del lavoro richiesto o il medio consumo delle forze che esso esige» o altri concetti che non può afferrar per ora la nostra mente, perchè preoccupata e quasi compressa dai fatti presenti; questo noi non possiamo dire, nè altri ci deve chiedere. Quello che è evidente alla nostra ragione, certo nella nostra coscienza è che in fondo a tutte le vie convergenti del progresso economico e del progresso civile sta, inevitabile, l'organismo sociale che è nei nostri voti, ossia: la nazione costituita in una cooperativa gigantesca di produzione, di provvisione e di assistenza.
Questa fede si ravviva in noi in questo giorno, nel quale sogliamo riandar col pensiero l'opera della nostra già vasta famiglia, e rallegrarcene fra di noi, fraternamente. Ciò che ci rallegra non è tanto il duplicato numero dei nostri rappresentanti entrati da due anni nel Parlamento e il numero notevolissimo di quelli che entrarono nelle Amministrazioni comunali, quanto la prova d'altera fermezza data dal nostro partito in un periodo di persecuzione implacabile; durante il quale, su migliaia di nostri compagni tratti in giudizio, non furono che rarissime eccezioni quelli di cui non abbiano attestato la specchiata onoratezza cittadini d'ogni classe sociale e d'ogni parte politica. Quello che ci conforta non è tanto la valorosa costanza con cui il partito tenne viva per tre anni l'agitazione pubblica in favore di una amnistia che era nel desiderio di tutti gli animi onesti, quanto l'esempio di dignità civile dato nelle dimostrazioni di gioia e di affetto ai liberati, non turbate neppur da un principio di quei disordini, il cui timore era servito di pretesto a ritardare un atto di giustizia solenne. E ci compiacciamo non meno che sia venuto dal partito nostro il primo e più forte impulso a una grande manifestazione pubblica contro una politica coloniale forsennata e nefasta, alla quale egli solo—il partito socialista—antiveggente pur troppo,—fu sempre fieramente, implacabilmente nemico. Ma anche più di questo ci è grato l'osservare come le nostre idee, per effetto d'una propaganda razionale, si vadano sempre più chiarendo e ordinando anche nella mente dei meno colti lavoratori intorno al concetto fondamentale della conquista graduale e legale dei poteri pubblici. Ci è anche più grato il riconoscere come l'idea socialista diventi in molti di essi il principio impulsivo d'un'auto educazione intellettuale, che li mette in grado in breve tempo d'intervenire a discutere d'interessi cittadini anche in riunioni d'altri partiti, dove si comincia ad ascoltare e a rispettare la loro parola. Ci è un'alta soddisfazione, finalmente, il veder costituirsi da ogni parte, sotto la nuova bandiera, nuovi corpi elettorali concordi e disciplinati che spiegano nella lotta un'operosità così appassionata e sagace ad un tempo, da destar l'ammirazione anche dei più inconciliabili avversari, e che mettono in evidenza, non solo nelle occasioni straordinarie, ma nel lavoro, nell'organizzazione, nella vita socialista d'ogni giorno, tanti caratteri virili, tante fibre infaticabili, tanta gioventù coraggiosa e generosa, ardente d'entusiasmo e di fede.
Davanti a questi fatti, molti pregiudizi sono caduti, molte calunnie non hanno più eco. Non son più che i ciechi di mente e i malvagi d'animo quelli che ardiscono ancora di far risalire al partito socialista la colpa di delitti individuali, atroci per sè e insensati per il fine a cui mirano, funesti a noi, più che agli altri per le reazioni liberticide che provocano, commessi in nome d'un ideale che non è il nostro, e che noi combattiamo senza tregua, e a cui strappiamo proseliti ogni giorno. Ma quanti altri pregiudizi persistono, propagati dall'interesse, mantenuti dall'astuzia, accolti facilmente dall'ignoranza e dalla paura! Voi sapete quali siano, ed io non esco dall'argomento confutandoli, poichè è naturale che a noi prema di dimostrare a quanti, pur non accettando la nostra dottrina, festeggiano il 1° Maggio, che il concetto di questa festa, cara anche a loro, non è nato in mezzo a sentimenti e a propositi che possano gettare un'ombra sulla sua ideale bellezza.
Nemici della civiltà! Così fummo chiamati, anche ufficialmente, perchè il progresso della civiltà—a quanto si afferma—sarebbe dall'ordinamento socialista ritardato o impedito. Ma vediamo. Doppio è il movimento della civiltà: l'uno è d'avanzamento, l'altro è di diffusione, e nello stato attuale delle cose il secondo è così incerto e tardo da render vano in gran parte anche il primo. Idee, cognizioni, agi della vita, varietà e raffinatezza di godimenti sensuali e intellettuali, tutto procede; ma rimanendo circoscritto in un così piccolo numero d'uomini! La società è come un esercito disordinato, mal nutrito, gravato di pesi enormi, al quale va dinanzi, precedendolo di una distanza smisurata, un'avanguardia di cavalieri brillanti e armati di tutto punto, che vincono delle battaglie, a cui il grosso dell'esercito non partecipa, e di cui non raccoglie quasi alcun frutto. Lo disse anche in Francia, ora è poco, uno dei più eloquenti interpreti del nostro pensiero. «L'umanità fu finora obbligata a riservare alla minoranza la cura di condurre a suo vantaggio la civiltà e di creare delle forme nuove d'esistenza a cui la moltitudine non poteva arrivare che più tardi». Ebbene, sarà impedire il cammino della civiltà il volere che, per mezzo d'un impiego più razionale degli sforzi umani, ora antagonisti, la società tutta insieme compia il suo progresso in pro della società tutta intera? O come mai? Sarà nemico della civiltà chi, alleggerendo il peso opprimente del lavoro meccanico, vuol sollevare le moltitudini a una vita più spirituale, che è quanto dire più umana; chi, attenuando la lotta per la vita con l'organizzazione del lavoro e una miglior distribuzione dei beni, vuol che sian volte al progresso vero le infinite forze che si sperperano ora per la conservazione dell'esistenza e in conflitti infecondi; chi a una civiltà disprezzata e odiata dai più come un privilegio dei meno vuol sostituita una civiltà amata da tutti come un bene e una gloria comune? Sarà nemico della civiltà chi vuole che cessi finalmente questa miseranda finzione di dir con orgoglio:—Noi, nazione civile….—mentre nella nazione a cui s'accenna, in mezzo alle glorie della scienza e agli splendori del lusso e delle arti, perdurano in milioni d'uomini superstizioni di medio evo, ignoranze di selvaggi, miserie di paria, condizioni e forme di vita che ci fanno rivivere davanti agli occhi la prima età della pietra? Sarà nemico della civiltà chi vuole che questo cessi e amico della civiltà chi consente che questo duri?
Negatori della patria! Ecco un'altra accusa, contro la quale ogni fibra del nostro cuore si rivolta. Se il concetto della patria s'identifica col concetto della sua unità e della sua indipendenza, con qual coscienza si possono chiamar «negatori della patria» i socialisti, per i quali è un assioma storico la sentenza dell'Engels, uno dei loro grandi maestri: che senza la autonomia e l'unità restituite a ciascuna nazione, nè l'unione internazionale del proletariato, nè la tranquilla e intelligente cooperazione delle nazioni a un fine comune si potrebbero compiere? Avversari del concetto di patria non siamo; ma di coloro che le patrie mirano a dividere per giovarsi della loro divisione, primo impedimento necessario alla vittoria di quell'ideale comune a tutte le moltitudini proletarie, che non può essere l'ideale loro. Essi fanno una cosa sola dell'amor di patria e dell'orgoglio nazionale. E anche noi abbiamo il nostro orgoglio nazionale. Ma il nostro è di natura diversa: è un orgoglio nazionale che vorrebbe che dalla nazione non fossero costretti a esulare ogni anno, per cercare un pane straniero, duecento mila dei suoi lavoratori, mentre nella terra che essi abbandonano, capace di tutti i prodotti di tutte le terre più fertili, rimangano ancora, o per incuria dei proprietari o per mancanza d'opere di bonificamento, quasi cinque milioni di ettari di suolo incolto, e altri dodici milioni che potrebbero fruttare il doppio di quanto fruttano. È un orgoglio nazionale il nostro, il quale vorrebbe che fossero purgate della malaria la metà almeno delle nostre provincie, che fosse tolta alla patria la vergogna lacrimevole dei suoi centomila pellagrosi, che il nostro paese non fosse fra gli ultimi d'Europa sulla via della legislazione sociale, che vi fossero sacri e inviolabili i diritti politici conquistati coi sacrifizi e col sangue di tutti, che per vane ambizioni di grandezza, calpestando i principii in nome dei quali siamo risorti, non si sperperassero a migliaia di miglia dai suoi confini le carni e le ossa dei suoi figliuoli. Coloro che, sentendo nel più profondo dell'anima la pietà di queste miserie e lo sdegno di queste vergogne, combattono con tutte le loro forze perchè le une e le altre abbiano fine, e credono che dinanzi all'orgoglio patriottico debba andare la carità fraterna, no, costoro non rinnegano la patria, costoro sono i soli che l'amino e la servano sapientemente. L'immagine della patria, per essi, è una madre amorosa, equanime con tutti i suoi figli, non ambiziosa che della loro prosperità e del loro affetto, e della fama di onesta, di civile e di benefica; non un'amazzone gonfia di boria, stoltamente fastosa in pubblico e crudelmente pitocca in casa, che si benda gli occhi con la bandiera e cerca la gloria nel sangue.
Un'altra accusa è di eccitare all'odio una classe sociale contro l'altra. Ebbene, no, non lo credete, non è vero. Certo, in ogni grande famiglia di propagatori d'un'idea, anche delle più sante idee, vi sono i violenti di natura, a cui nessuna considerazione del comune interesse, nessun consiglio dei compagni di fede può moderar la parola. Vi sono gl'immoderati anche nel partito moderato, vi sono i provocatori anche fra i predicatori del Vangelo, vi furono i violenti anche fra i Santi. E noi non neghiamo, d'altra parte, che dinanzi a certi abusi mostruosi del potere e della fede pubblica, e quando vediamo all'oppressione dei deboli aggiungersi l'inganno e la derisione, ci prorompono dall'animo parole amare e iraconde. Nè di questo noi ci scusiamo. Ma accusarci d'istigare all'odio, solitamente e per proposito, una classe contro l'altra, è un assurdo, è accusarci d'operare coscientemente contro gl'interessi della nostra causa. Il detto che «la miseria nasce non dalla malvagità dei capitalisti, ma dal vizioso ordinamento della società» sta scritto in fronte, come una parola d'ordine, al più antico e più popolare dei giornali socialisti d'Italia.—«Se voi foste al posto dei vostri padroni, fareste com'essi fanno, perchè non potreste fare in altro modo» è la frase più sovente ripetuta da chi fa propaganda della nostra idea, appunto per persuadere i lavoratori che il rimedio ai mali non è da attendersi dagli individui, perchè questi non vi potrebbero porre rimedio neanche se avessero tutti le intenzioni più generose. E come sarebbe altrimenti? Noi miriamo a conquistar la coscienza e la volontà del gran numero per via della persuasione, e a render atti gli uni a persuader gli altri. È dunque nostro interesse di spegnere, non di attizzare gli odî sociali; perchè se in cuore all'uomo incolto noi suscitiamo l'odio, gli oscuriamo l'intelligenza, ossia lo distogliamo dalla riflessione, e ritardiamo il progresso del suo pensiero, senza del quale è vano lo sperare di farne un proselito utile e sicuro; e perchè la passione si spegne con la stessa facilità con cui s'accende, o consumando sè stessa o estinguendosi per effetto d'un conseguito miglioramento delle condizioni individuali; e perchè essa è un costante pericolo per tutti, spingendo l'individuo ad avventatezze, di cui su tutti ricade la colpa. No, noi non vogliamo far dei violenti: questi sono la nostra debolezza, non la nostra forza; noi vogliamo far dei convinti, dei risoluti, dei tenaci. No, noi non siamo seminatori d'odio, noi che portiamo fra gli uomini la parola della fratellanza e della pace. La nostra forza non è l'odio nè l'ira; la nostra forza è la ragione, la volontà, la fede, l'entusiasmo, l'amore.
—Nemici della proprietà—siamo anche chiamati, e questa definizione, così nuda e assoluta, è piena d'astuzia, perchè include, senza esprimerla, una vaga accusa di meditato latrocinio universale. Ma esprime falsamente il nostro concetto perchè sostituisce l'idea di «soppressione» a quella di «trasformazione» d'un istituto che si modificò variamente nel corso dei tempi, e che è per natura sua soggetto a trasformarsi secondo le condizioni e i bisogni della società che l'ha fondato. È una definizione falsa perchè nega tacitamente il carattere di proprietà alla forma collettiva, che fu la prima forma di proprietà del consorzio sociale, e di cui sussistono e si riproducono mille esempi parziali anche nei tempi presenti. È una definizione falsa perchè estende il nostro concetto della proprietà collettiva dai grandi mezzi di produzione a tutti gli altri oggetti di proprietà, che sono naturalmente esclusi dal collettivismo; il quale non impedisce nè il risparmio, nè l'accumulamento, nè la trasmissione del risparmio, nè il possesso, nè la trasmissione di tutto quanto non serva a produrre ricchezza. È ancora una definizione ingiusta perchè esclude l'idea della presa di possesso mediante un equo risarcimento; ammesso il quale, essa non riesce una violenza più che tale non sia l'attuale espropriazione legale per fini d'utilità pubblica; e perchè tace che l'appropriazione collettiva, come nel campo della proprietà industriale, per esempio, così in altri campi, non si opererebbe che in quei rami di produzione in cui la concentrazione dei capitali ha già distrutto la piccola proprietà fondata sul lavoro; e anche perchè è in contraddizione formale con la ragione prima del collettivismo, fondato appunto sul concetto «conservatore» che la proprietà è indispensabile al pieno e compiuto svolgimento della personalità umana; svolgimento che è possibile soltanto in una società in cui posseggano tutti una parte del bene comune, e che non è possibile se non a pochissimi nella società attuale, dove nove decimi della popolazione nulla possiedono, nè sperano, nè quasi possono sperare di mai possedere. È una definizione insidiosa, infine, e un'accusa che ci offende perchè tende a convertire nell'animo di chi possiede l'idea d'una lontana, legale e necessaria trasformazione della proprietà in quella d'un imminente pericolo di spogliazione tumultuaria. E ripetiamo che è una definizione astuta perchè con questo terrore d'una grande ladreria collettiva, che si potrebbe commetter domani, storna l'attenzione pubblica dalle grandi ladrerie individuali, che si commettono oggi.
Anche «nemici della famiglia» sono chiamati i socialisti. E in questo, come in altri argomenti, si vuol considerare come articolo del nostro programma un'idea di pochi o di molti, contro la quale ogni socialista, che non l'accetti, si può ribellare con ogni sua forza senza cessar perciò d'esser socialista; un'idea che non è propria del socialismo, poichè, per non citare che un solo esempio, è il nostro avversario più formidabile quell'Erberto Spencer, il quale dice che verrà tempo che l'unione per l'affetto sarà considerata come più importante di quella per la legge, e saran fatte segno alla riprovazione pubblica quelle unioni coniugali in cui il legame dell'affetto sarà spezzato. Con questa espressione corrente: vogliono abolir la famiglia, l'idea socialista è snaturata e capovolta. No, non è voler «abolire la famiglia» il vituperare il matrimonio mercantile per cui s'avviliscono le anime e degenera la razza; il voler il matrimonio «fondato sulla spontanea scelta affettiva e sopra una libertà limitata dal dovere morale rispetto al coniuge e dal dovere positivo rispetto ai figliuoli»; il voler fatta alla donna nella famiglia una più equa condizione legale; il volere un più efficace intervento sociale nella famiglia stessa per assicurare lo svolgimento integrale e l'educazione del fanciullo; lo sperare, infine, che venga un tempo in cui il sentimento della dignità propria, il rispetto della dignità altrui e un'alta coscienza del dovere possano costituire nei matrimoni e nella famiglia vincoli e garanzie anche più forti di quelle che esige e assicura la società presente. O come saranno nemici della famiglia quelli che più strenuamente combattono lo sfruttamento industriale della donna, appunto perchè alla famiglia è funesto? quelli che più ardentemente propugnano la redenzione del fanciullo dal lavoro precoce, appunto perchè alla famiglia non sia strappato e nella promiscuità con gli adulti corrotto? quelli che più altamente invocano sollievi e rimedi alla grande piaga della miseria, appunto perchè la miseria corrode gli affetti domestici, avvelena l'infanzia, dissolve la famiglia? Domandate se vogliono abolir la famiglia a quei buoni lavoratori che per soccorrer la moglie e i bambini del compagno cacciato in carcere per reato di pensiero smungono senza rammarico la loro povera borsa; domandate se vuole abolir la famiglia a quell'onesto operaio che affronta lietamente pericoli e sacrifici per la nostra Idea, non con la fede di migliorare la propria sorte, ma con la sola vaga speranza di preparare al suo sangue un avvenire migliore! Andate a domandare a quella povera madre rediviva, che soffocò contro il suo seno il grido di gioia e d'amore di Garibaldi Bosco liberato, andatele a domandare se il suo figliuolo adorato vuole «abolir la famiglia!»