E un altro esercito si avanza, quanto diverso da quello che s'allontana! ma pure bello e solenne nella sua austera tristezza: due legioni di soldati agguerriti d'ogni terra d'Italia, il battaglione eletto dei Palermitani, una moltitudine d'inermi, stuoli di ragazzi scalzi, di veterani coi capelli grigi e il petto scintillante di medaglie, laceri, infraciditi dalle lunghe pioggie, stremati dalle marce forzate e dalla fame, pensierosi tutti e taciturni come chi porta nell'anima una santa speranza uccisa; ma alla vista del grande caduto d'Aspromonte rialzan tutti insieme la testa e gli gettano l'antico motto: «Roma o morte!» con l'alterezza e con l'entusiasmo antico, e gli gridano:—Benedetta la tua ferita, o nostro capitano e nostro padre, poichè fu il piombo fraterno a cui t'offristi quello che ruppe, in un colle tue carni, la prima pietra delle mura di Roma!—Ed egli risponde loro dolcemente:—Benedetta la mia ferita!

E altri tre eserciti s'avanzan di corsa, empiendo il cielo del loro grido. Passano i venti reggimenti rossi del '66, fiancheggiati dalle artiglierie dell'esercito regio, portando in trionfo l'intrepido Lombardi, grondante d'acqua del Chiese, tinta del sangue della sua fronte spaccata, e il fortissimo Chiassi ferito nel cuore, e il temerario Castellina, crivellato di palle a Vezza, e le sue guide e i suoi aiutanti che fecero una barriera di petti fra lui e la morte sulla via di Tiarno, e lo stuolo eroico ch'egli spinse all'ultimo assalto di Bezzecca. E poi un'altra grande ondata di divise purpuree, biancheggianti di polvere, i bersaglieri del Burlando e dello Stallo, i carabinieri genovesi del Mayer, ultimi a lasciare il campo fatale, i lombardi e i romagnoli del Missori, e sovrastanti a tutti, soffocati dalla rabbia e dal dolore, risoluti a morire, il vecchio Fabrizi, Alberto Mario, il Friggeri, il Pezzi, il Cantoni morto, il conte Bolis morto, il Giovagnoli morto; tutto l'esercito di Monterotondo e di Mentana, illuminato da un raggio d'oro della gloria di Roma. E finalmente l'esercito internazionale dei Vosgi, vestito di mille fogge e armato d'ogni forma d'arme, una folla tempestosa d'italiani, di francesi, di spagnuoli, di greci, di polacchi, d'algerini, di soldati stanziali e di volontari e di franchi tiratori e di guardie mobili, che sollevano in alto anch'essi i loro morti gloriosi e le loro bandiere insanguinate, e confondono la loro voce con le voci lontane di quelli che passarono, gridando:—Gloria a te, che ci guidasti per tante vie e su tante terre a combattere, sempre per una causa grande come l'anima tua. Gloria a te, sempre il primo ad assalire, sempre l'ultimo a cedere, sempre il più forte nella sventura, sempre il più mite nella vittoria, sempre grande egualmente nell'ira e nell'amore, nella oscurità e nella potenza, nel trionfo e nella morte! Gloria a te, tribuno infaticato di tutti i popoli, cavaliere generoso di tutte le patrie, amore e vanto del sangue tuo e della razza umana!

E quando le ultime grida dell'ultimo esercito muoion nello spazio, un'altra folla s'avanza ancora col dolce mormorio d'un fiume tranquillo, e son le creature sconosciute a cui egli salvò la vita, i nemici a cui fu benigno, gli offensori a cui perdonò, e i feriti che rialzò da terra sul campo, e i moribondi a cui resse il capo negli ospedali, e le madri orbate a cui terse le lacrime e fece risollevare la fronte, e le fidanzate a cui tolse un fanciullo e restituì un eroe, e gli umili e gl'infelici d'ogni terra ch'egli soccorse e carezzò e benedisse; e—Gloria a te—gli gridano anch'essi, levando il volto e le mani—e sia benedetta la gloria tua!

Rimani dunque eternamente, sulla tua roccia solitaria, bello, biondo, superbo come negli anni fiorenti della tua giovinezza, col tuo viso splendido e dolce di redentore, sorridente dai profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, e passi reverente ai tuoi piedi, rispecchiando la tua grande immagine, l'onda infinita della posterità.

VI.

Per Gustavo Modena.

(Inaugurandosi un suo busto in Torino.)

Ecco quale fu, nella maturità degli anni e del genio, effigiato mirabilmente, l'artista grande, il cittadino fortissimo. Per tutt'e due questa è un'ora di gloria. Come l'attore vedeva nel suo uditorio un popolo e di là dal teatro l'Italia, noi vediamo nel suo simulacro l'apostolo e il soldato della libertà, e sopra la corona dell'artista, l'aureola del patriotta.

L'Italia e l'arte furono i suoi affetti supremi, alla redenzione d'entrambe consacrò ogni sua forza; ma non di pari affetto le amò: risolutamente, in ogni evento, antepose la Madre alla Dea.

Simbolo della doppia opera sua fu egli stesso quando in Roma assediata, confidente del Mazzini triumviro, recitò a beneficio dei feriti, mentre tuonava il cannone alle mura e nelle vie dintorno squillavano le trombe. Fra le ansie e i cimenti della guerra compiva un atto benefico, in pro della patria, col mezzo dell'arte: tale fu la sua vita. E così strettamente si congiunsero in lui l'ideale dell'artista e l'intento del cittadino, la potenza del genio e la fortezza dell'animo, che non può nessuno, senza offender la ragione e la giustizia, scindere virtù da virtù nell'ammirazione che gli tributa.