Nel Davide ventenne che esordisce superbamente a Venezia due anni dopo che è nata Adelaide Ristori, quattro anni prima che nasca Tommaso Salvini, palpita ancora l'intrepido studente di Padova che una santa indignazione avventa, inerme, contro le baionette tedesche da cui ha le carni lacerate. Nel Cittadino di Gand, spregiatore della morte, freme il patriotta del 1831 che vuol morire sotto le rovine d'Ancona e che nella difesa sanguinosa di Cesena arrischia fra i più temerari la vita. Vestito del lucco fiorentino, quando primo fra gli stranieri dà volto e voce alle ire magnanime di Sordello e Farinata, egli è l'esule doloroso che Dante perscruta «scendendo in sè stesso» e nelle calamità dell'Italia dei suoi giorni comprende lo spirito del poema sacro. Ed è ancora il difensore valoroso di Treviso e di Palmanova che ci appare sotto l'assisa del sergente Guglielmo; è il potente oratore dell'assemblea costituente toscana, propugnante l'unione immediata a Roma, che tuona nell'eloquenza infiammata di Caio Gracco; e nel diacono di Ravenna, che narra a re Carlo il passaggio ardimentoso delle Alpi, mentre l'autor dell'«Adelchi» ascolta ed ammira, parla il fuoruscito senz'asilo, che valica a piedi le montagne del Giura, lacero e digiuno, ma non prostrato dell'animo, divorato dalla febbre, ma sorridente d'amore alla sposa eroica e dolce che lo accompagna.

Dubbio è veramente sotto quale aspetto gli si debba oggi onoranza maggiore. Nobile, ammirabile è l'artista sommo che, offertagli la direzione della regia Compagnia sarda, ricusa per coscienza repubblicana il lucro e l'onore, e va di città in città, di villaggio in villaggio, principe ramingo e solitario dell'arte, non chiedendo all'arte che la vita, e trascinando la sua gloria come una croce. Ma ammirabile non men dell'artista è il ribelle che, minacciato dal capestro austriaco e dalla mannaia romana, tradotto in catene a Messina, scampato per miracolo in Francia, ritorna a sfidare il carnefice nella Romagna insorta, donde non porta in salvo la testa che per avventurarla un'altra volta tra i primi nell'insurrezione di Savoia. Ma ammirabile non men del ribelle è il cooperatore proscritto della «Giovine Italia» che, scacciato da Marsiglia a Berna, da Berna a Bruxelles, da Bruxelles a Londra, esercitando i commerci più umili, rifiutando i sussidi, stentando il pane, porta alta fra ogni gente la dignità della sua bandiera e della sua sventura. E più grande dell'attore trionfante, nel pieno splendore della sua fama, fra gli applausi frenetici di Milano redenta, è l'attore del 1848, al quale i primi annunzi del ridestarsi d'Italia confondono il cuore e troncano la parola alla ribalta; è il direttore di Compagnia che scrive al compagno d'arte e d'affari:—«Guerra e rivoluzione sciolgono ogni contratto»—e calpestando danaro e corone accorre per la quarta volta, soldato della patria, dove fuma la polvere e il sangue.

Cittadino e artista, ebbe due grandi intenti: innalzar l'arte ad apostolato di risorgimento nazionale, facendo del palco tribuna all'amor patrio, altare all'eroismo, gogna alla tirannide, e rigenerar l'arte stessa riconducendola al vero, senza deviarla da quell'ideale del bello e del grande, cha fu il sole dell'anima sua.

Ma convien ricordare quali fossero l'arte e il teatro quando, reduce dall'esilio, egli s'accinse all'opera, per comprendere qual cumulo di difficoltà gl'ingombrasse la via, quanto vigor di coraggio e di costanza gli occorresse a superarle, e come fosse da tanto egli solo che, già chiaro per ardimenti, dolori e invitta fede italiana, raccoglieva in sè il rispetto e la simpatia delle varie classi cittadine, nel sentimento della patria concordi, nel sentimento dell'arte divise.

Cadente il regno della tragedia classica e della commedia goldoniana e non ancor pregiate che dalla schiera colta le opere italiane dei nuovi ingegni e le poche buone che venivan d'oltralpe; appassionata la moltitudine per un bastardo romanticismo drammatico, nel quale ai pochi attori eletti che, pur piegando al falso, intendevano al vero, prevaleva un branco d'istrioni manierati e gonfi come il linguaggio dei loro eroi; miserrimo non per tanto lo stato della più parte delle compagnie comiche, preferendo l'aristocrazia il teatro francese e la borghesia la musica, a cui il teatro di prosa era anche peggio d'ora immolato; disparatissimi infine, senza confronto più che al presente, per essere smembrata l'Italia, i gusti delle varie cittadinanze, che dalla scena distraeva il presentimento, la preparazione, l'incalzarsi dei grandi avvenimenti politici: tali erano il teatro, l'arte, il pubblico quando Gustavo Modena sorse.

In così aspro campo, in contro a tante forze ebbe a combattere, e combattè tutta la vita.—Memorando ardimento!—come disse dell'Alfieri il Leopardi. Gli è strappato il frutto di otto anni di fatiche dalla confisca austriaca del suo podere di Treviso; da una città all'altra d'Italia è costretto a viaggiare con le cautele d'un fuggiasco per evitar gli Stati donde è bandito; è relegato da ultimo dentro ai confini del Piemonte e della Liguria dove gli è forza di scendere fino ai teatri più miseri, e dalla salute mal ferma è ricondotto ogni inverno al suo romitorio di Torre Pellice, donde lo ricaccia alla scena, e dalla scena al commercio, il bisogno; ma non si perde d'animo mai. Altero e indomabile, egli lotta con le censure dispotiche, coi municipii gretti, con gli appaltatori ingordi, con le compagnie privilegiate, con cittadinanze indifferenti o, per ragion di parte, malevole, che gli avvelenano la gioia dei trionfi, e, pure lottando e peregrinando senza tregua, lavora e crea senza posa. Crea personaggi, educa alunni, divina ingegni, incoraggia autori, propone e discute soggetti di dramma, ricorre tutte le letterature drammatiche, commenta e traduce, scrive di politica e d'arte, vagheggia fino agli ultimi giorni, per il risorgimento del teatro, il suo sogno d'una Compagnia libera, e soltanto sul letto di morte, e dopo aver provveduto alla sorte della moglie adorata che gli singhiozza sul cuore, trova finalmente riposo. Quanto fu tempestosa la sua vita, tanto la sua morte è serena; affranto da tante fatiche, egli s'addormenta senz'affanno, e sul suo viso tragico, ultimo riflesso della coscienza intemerata, resta un sorriso.

Quale fu l'arte sua? Audacia sarebbe il tentar di descriverla con ricordi vaghi dell'adolescenza. Ma chi lo potrebbe far degnamente?

Dicendo, come altri disse, che classico e realista ad un tempo, e novatore senza infrangere ogni tradizione della scuola antica, studiava i grandi personaggi nella storia, nella letteratura, nell'anima propria, e li coloriva giovandosi con sagacia acutissima della sua varia e profonda esperienza della vita, e dava loro con efficacia insuperabile il grido delle sue gagliarde passioni, si dice l'armonia e la profondità delle sue facoltà artistiche, non l'originalità stupenda della sua recitazione.

Dicendo che, maestro impareggiabile nell'arte di modulare il verso e il periodo e di dare allo studio faticoso l'apparenza dell'ispirazione spontanea, egli accoppiò a una mobilità maravigliosa del volto una voce a cui erano concessi i passaggi più ardui e le note più alte e terribili che possano erompere dal petto umano, che la sua persona poderosa si ergeva come la forma ideale della maestà e della forza e si piegava e immeschiniva fino all'aspetto più compassionevole dell'infermità e della miseria, e che il suo passo parlava e il suo gesto scolpiva e i suoi occhi fulminavano, si dice quello che d'altri grandi attori fu detto.

E chi anche lo descrivesse nella rappresentazione intera d'un personaggio, rammentando, come altri fece, le voci, i gesti, i passi, ogni idea sua propria, renderebbe pur sempre una sola delle cento facce del suo genio; il quale da Lindoro a Saul, da Luigi undecimo a Edipo, ascese tutta quanta, la scala smisurata del dramma, come nella dizione magistrale della «Divina Commedia» risalì da Vanni Fucci a San Pietro.