Potremmo accumulare immagini sopra immagini, e faremmo per chi non l'intese opera vana, come il definir con parole a chi non lo vide ciò che distingue dagli altri mille il viso d'un uomo. Non v'è giudizio di posteri per l'arte che rifà più vivamente la vita. Grida di dolore e di sdegno a cui sobbalzava la folla come alla voce stessa della patria e in cui pareva espandersi l'odio d'un'intera generazione contro la tirannide, scoppi di pianto disperato onde mille visi impallidivano, lampi della parola che illuminavano recessi ignorati dell'anima e altezze non prima vedute del pensiero ond'egli era interprete, e atteggiamenti nobili e superbi come forme statuarie di Michelangelo, voi non siete più che nella mente d'alcuni, nati nella prima metà del secolo, e sarete fra pochi anni scomparsi affatto anche dalla memoria degli uomini.
Scomparsi, ma non perduti.
Come non si perde l'acqua fecondatrice che la terra beve e rispande in umor vitale su per le fibre dell'erbe e degli alberi, tale è di tutto ciò, che fu la grande arte sua: gli accenti, gli atti, gli sguardi, tramutati in forza di passione e di idee nella generazione che li vide e li udì, operano ancora, eredità ignorata, nella generazione presente, e in mille echi e riverberi vivono tuttavia nell'arte d'oggi, e nell'arte avvenire perdureranno. L'arte si trasforma e procede, ma Gustavo Modena non muore. Sulla fronte dei novatori più arditi brilla ancora un raggio del suo spirito, e fin che nel teatro italiano avranno culto la verità e la grandezza, ad ogni rappresentazione dei capolavori ch'egli segnò del suggello del suo genio, si vedrà passare in fondo alla scena l'ombra enorme del suo capo.
Ma non nell'arte soltanto e nel nostro spirito: rimane gran parte dell'anima sua in quell'epistolario incomparabile, nel quale, più che l'arguzia inesausta e la cultura varia e l'agile vigore d'uno stile esuberante di vita, anche i suoi più fieri avversali politici son forzati ad ammirare la sincerità profonda e la saldezza incrollabile della sua fede.
Repubblicano fu, nel fondo dell'anima, dalla prima giovinezza alla morte, e propugnatore d'una politica audacemente rivoluzionaria, aborrente da ogni aiuto straniero, che non procedesse anch'esso da rivoluzione, intendendo a una confederazione europea di repubbliche. E certo è che quanto ei voleva sarebbe stato saggio e attuabile se tutti gli italiani avessero avuto mente e fibra pari alla sua. Questo appunto egli credè fermamente, come lo credè il suo maestro; onde gli parve verità afferrabile quell'ideale che, giusta la sentenza d'un grande, è la verità veduta di lontano; e lontana facevano allora la verità dalla sua fede le moltitudini immature a quella forma di reggimento liberissimo e impotenti a quell'azione indipendente, unanime, eroica, fuor della quale egli non vedeva salute. Il disinganno lo trafisse; ma da quello ch'ei stimò errore e sventura del suo popolo, non da misere ambizioni deluse, non da angusto risentimento d'orgoglio offeso, derivò l'amarezza iraconda che lo fece così fieramente severo coi suoi contemporanei e con l'opera loro. E però il suo dolore è nobile, l'ira generosa, e il grido che s'alza dalla sua coscienza spartana contro la servilità e la corruzione che dànno di sè i primi segni, è grido di profeta. E fa professione di scettico invano: egli infuria e impreca perchè soffre, e soffre perchè ama ancora; e nel suo riso di disprezzo trema un ruggito e il sarcasmo atroce che gli scatta dalle labbra stilla sangue del suo cuore.
Ah, quanto è diversa l'opera dell'uomo dalla parola della sua collera! Dice:—Disprezzo il mio prossimo, sono nauseato di tutti e d'ogni cosa;—ma, stanco e infermo, e bastante appena a provvedere a sè stesso, recita a beneficio di compagni d'arte e di Società operaie, soccorre emigrati e proscritti, e fino a pochi giorni prima di morire porge la sua povera borsa a quanti naufraghi del teatro gli tendon la mano. Scrive:—L'Italia è morta; stoltezza è sacrificare i moltissimi buoni alla rigenerazione dei molti vilissimi;—ma sottoscrive a prestiti per la causa italiana, sussidia giornali, fonda tiri a segno, dà il suo obolo e il suo consiglio per affrettare ogni moto in cui appaia un barlume di speranza, e la notizia dei supplizi di Mantova gli strappa dall'anima dilaniata lacrime di sangue. Afferma—che il nome della sua patria gli s'è fatto odioso e che vuol rifugiarsi e farsi seppellire in un angolo della Svizzera dove non ne giunga più il suono;—ma, invitato a recarsi in America, dove potrebbe assicurar l'agiatiezza della sua vecchiaia, dalla patria non ha il coraggio di staccarsi e, indispettito contro sè medesimo, rifiuta, e resta nel suo eremo, dove si leva innanzi giorno per attinger l'acqua e accendere il fuoco. Grida in un impeto di rabbia:—Meglio la casa d'Absburgo che ci trattava a ragione come negri;—ma quando in nome dell'arciduca Massimiliano gli sono offerti salvacondotto, onori e guadagni perchè vada a recitare in Milano austriaca—No—risponde—piuttosto la fame.
Tale era in fondo questo povero grande cuore ferito che, a parole, malediceva la patria e rinnegava l'umanità; tale era quest'anima in stato di procella perpetua, quest'artista glorioso e sdegnoso che, se il teatro gli fosse stato precluso, sarebbe riuscito uno scrittore illustre, che, se a più alte prove lo avessero posto gli eventi, sarebbe stato un eroe, che se avesse sortito la ricchezza l'avrebbe usata come quei benefattori insigni che la storia ricorda e il popolo benedice.
Bello è che sorga un monumento in suo onore nella Capitale del Piemonte, che fu ultimo rifugio alla sua vita errante e campo dei suoi ultimi trionfi. Non meno di quello che sorgerà nella sua Venezia nativa sarà rispettato e amato questo dal popolo, che per trent'anni lo attese. E la gioventù verrà con reverenza a contemplare questa fronte che non piegò mai, questi occhi in cui rifulse il genio, questa bocca che non macchiò nè adulazione nè menzogna, questo petto nel quale fremettero tutti i dolori e tutte le ire della patria oppressa, e che con pari coraggio sfidò la tirannia, sopportò la povertà, lottò per l'ideale e affrontò la morte….
Resti qui dunque perpetuamente, o Maestro venerato, la tua immagine, fidata alla guardia amorosa di questa Torino che raccolse il tuo ultimo sospiro e custodisce le tue ossa; resti invulnerata dai secoli al bacio del sole e della gloria, e dalla bocca di pietra spiri ancora alle generazioni venture il soffio della libera e grande anima tua.