Per Felice Cavallotti.
Sono trascorsi sette giorni; alla prima oppressione dello sgomento e del dolore, che ci oscurarono lo spirito e ci strapparono il pianto dal cuore, è succeduta la tristezza profonda e lucida, che ricorda, medita e lamenta: eppure non possiamo ancor pronunziare senza un fremito d'angoscia ribelle a ogni rassegnazione, senza una ripugnanza del cuore incredulo e delle labbra tremanti—come se fossero un'orribile menzogna, queste tre sciagurate parole:—Felice Cavallotti non è più!—Noi non possiamo rassegnarci a pensare:—Altre ingiustizie pubbliche, altre violazioni della libertà, altri conati della reazione si succederanno,—ed egli le ignorerà; la patria patirà nuovi dolori, correrà nuovi pericoli, subirà forse altre vergogne—e le sue labbra taceranno; altri frodatori del comune avere, altri corruttori delle istituzioni patrie e profanatori del santo nome d'Italia compiranno le loro imprese, e la sua mano vindice—smascheratrice implacabile di tutti i mercanti del patriottismo—rimarrà inerte; supremi interessi nazionali si discuteranno, si combatteranno grandi battaglie politiche, care feste della patria, anniversari di giornate gloriose, conquiste e trionfi della libertà e del diritto si celebreranno in adunanze fraterne e solenni,—ed egli non v'assisterà. Felice Cavallotti che voleva dir forza, moto, azione, speranza inestinguibile, giovinezza perpetua—Felice Cavallotti che per noi teneva luogo d'una legione, del quale sentivamo anche da lontano l'alito possente e la voce che echeggiava sul paese come uno squillo di tromba—Felice Cavallotti che la nostra immaginazione, precorrendo il tempo, godeva a rappresentarsi ancora operoso e combattente nell più tarda vecchiaia, circondato dalla reveranza e dalla gratitudine pubblica…. bisogna pur che ci rassegniamo a profferire, a ripetere, a configgerci nel cervello e nel cuore queste tre terribili e quasi incredibili parole:—Felice Cavallotti e morto!
Commemorarlo? A che pro, se da tanti giorni non si parla che di lui? se la sua vita intera è presente al pensiero di tutti? E com'è possibile, mentre dura intenso ancora il dolore, aver libera la facoltà che ordina i fatti, collega i particolari, chiarisce e giudica i moventi e gl'intenti delle passioni e degli atti? Altri farà questo un giorno, forse molti lo faranno, e faranno opera utile e bella. Lo prenderanno fanciullo, crescente nel seno d'una famiglia amorosa, ma più vicina alla povertà che all'agiatezza, esercitato fin dai primi anni a sopportar con animo forte le privazioni, educato agli studi severi dal padre, dotto filologo, ch'egli aiuta nei suoi lavori; spiegheranno come nella furia delle sue prime letture di libri cavallereschi abbia avuto origine quello spirito generoso, avventuroso, battagliero, irrequieto che agitò tutta la sua vita; lo seguiranno a passo a passo, da quando, poco più che fanciullo, si mette a capo d'una dimostrazione patriottica e vaticina in un opuscolo l'unificazione della Germania, via via, per le varie tappe, soldato dì Garibaldi a Milazzo e al Volturno, collaboratore dell'«Indipendente» del Dumas a Napoli, poi a Milano, studente di legge, poeta e giornalista ad un tempo, faticante per guadagnarsi il pane; poi soldato un'altra volta nel '66, combattente a Vezza, in Val Camonica; poi da capo giornalista, nella capitale lombarda, polemista baldanzoso e indomabile, che smette a ogni tratto la penna per impugnare la sciabola; tradotto di processo in processo, fuggiasco all'estero, nascosto in Milano, poetante nella prigionia, e dopo ogni processo e ogni prigionia più infiammato e più audace di prima.
E pervenuto a questo punto il biografo non sarà ancora che al principio. Egli dovrà accompagnarlo nella sua vita parlamentare per un quarto di secolo, deputato di Corteolona, di Pavia, di Milano, di Piacenza; saldo sempre nella sua fede repubblicana, ma, com'egli disse—«italiano prima, repubblicano poi»;—lottante, salvo rare e brevi tregue, contro tutti i ministeri; paladino dell'Italia irredenta, nemico dell'alleanza austriaca, oppugnatore degli armamenti rovinosi, avversario della politica affricana, denunciatore di tutte le violazioni della legge, di tutti gli abusi del potere, di tutti gli sperperi dell'amministrazione; fiero, infaticabile rivendicatore della moralità pubblica, fu istigatore di tutti i prevaricatori e corrotti e complici loro, potenti ed oscuri, nel parlamento, nella stampa, nei tribunali, nei comizi, in tutte le regioni e da tutte le tribune d'Italia. Ma dovrà aggiungere il biografo come a questa lunga e guerresca vita parlamentare, segnata di discorsi e di tempeste memorabili, egli intrecciasse ancora, quasi senza interruzione per molti anni, l'opera poetica e drammatica, alternata di dure lotte e di vittorie sudate, e come all'opera della creazione artistica accompagnasse l'opera erudita, critica e polemica, condotta con lunghi e pazienti studi, nel campo del teatro, della storia, della nuova poesia: opera interrotta alla sua volta da nuovi processi, da nuovi duelli, da nuove tempeste, da commemorazioni ispirate e memorande di grandi fatti e di grandi morti, e da faticose e ardimentose campagne elettorali; e come infine in mezzo alle lotte, alle cadute e ai trionfi, inteso sempre e soprattutto alla grande voce del paese, egli abbandonasse ogni cosa sua quando suonava il grido d'una sventura pubblica, e accorresse a Napoli e a Palermo a soccorrere e a confortar le vittime dell'epidemia col coraggio d'un eroe e con l'amor d'un fratello. Sì, ammirabile vita, nella quale i venturi, secondo i principii politici e l'indole loro, potranno trovare errori, violenze, temerità, disarmonie; ma non disconoscere una grande forza diretta da una coscienza onesta, da un profondo amore della patria, da un'ardente passione per la verità, per la giustizia, per il bene;—ma non rifiutarsi ad ammirare una maravigliosa cospirazione di virtù della mente e dell'animo, rarissime a trovarsi riunite, quali son l'impeto dell'entusiasmo e la tenacia ferrea della volontà, la vigoria infaticabile del pensiero e dell'azione, e con una nobile ambizione di gloria, col sentimento e il culto della bellezza, con la vivacità degli affetti, con tutto quello che fa bella e cara la vita, la forza d'un cuore sempre pronto ad affrontar le persecuzioni, gli odii, il dolore, la povertà, a rinunziare senza titubanza e senza rammarico a ogni bene della vita e alla vita stessa, come se per lui la pace, gli affetti, la gloria, l'esistenza non avessero valore alcuno se accettate a prezzo di una transazione con la propria coscienza a d'una violenza fatta alla propria ragione. Sì, ammirabile vita, che si può simboleggiare in questa bella figura: un soldato con la camicia rossa, con una corona di poeta sulla fronte, ritto sopra una tribuna; il quale mostra le mani alla patria per cui ha combattuto per quarant'anni con la spada, con la penna e con la parola, e le dice:—Guardate, sono pure! Non le ho macchiate mai che del mio sangue.
Vediamo ora, rapidamente, il poeta lirico, il drammatico, l'oratore, il polemista, il cittadino, l'uomo.
Poeta fu, nel più profondo dell'anima. Di poeta ebbe—per usar le parole d'un suo illustre avversario—il soffio, l'essenza alata, l'anima lirica. Non cercò nuove forme: fece sue quelle della poesia patriottica che palpitava in tutti i cuori quand'egli s'affacciò alia vita, le forme del Rossetti, del Berchet, del Manzoni. Dice egli stesso all'autore della «battaglia di Maclodio»:—«quest'umile cetra apprese le forme da te, e il mio canto modula alla tua scuola gli accenti d'una speranza che non è più la tua».—L'impeto della passione soverchiante non gli poteva consentire le sottili e pazienti industrie di stile e d'armonia, che più tardi vennero in onore. La sua poesia fu propriamente un canto sgorgante dall'anima, poesia di battaglia, piena dì strepito d'armi, di schianti di fulmine, di fremiti di popolo, di grida d'ira e di dolore. La successione delle sue strofe di decasillabi somiglia all'incalzarsi di manipoli di combattenti che corrono all'assalto; nelle quali le rime sono punte di spada e i tronchi finali urrà di vittoria. Ma nell'uniformità dei metri facili e sonori, quanta varietà d'ispirazioni, dall'inno alla satira, alla romanza, all'elegia, all'epigramma, ed anche quanta sincerità e freschezza giovanile di passione! L'anima affaticata dagli urti e dalle procelle, ferita qualche volta dal taglio del sarcasmo di qui si fa arma, si rifugia in sè stessa, cerca conforto negli affetti gentili e pace in fantasie e sogni di solitudine e di oblìo, e allora un nuovo poeta vi appare, d'una dolcezza e d'una delicatezza squisita, che vi tocca le più intime fibre del cuore. Ma già questo poeta voi lo indovinate anche nelle poesie di battaglia, dove a ogni tratto spunta un fiore, brilla una goccia di pianto, suona una nota di mestizia soavissima. Vi ricordate quando dice al Manzoni morto:—«dormi, o vecchio, e sopra la tua zolla ti conforti i placidi sonni la rosa che ti donò Garibaldi»?—e quando dice a Adelaide Cairoli, rammentandole il giorno che pregava alla tomba del suo primo figliuolo caduto:—«Ma allora, dopo la preghiera, ti rialzavi più forte, perchè ti rimanevano, ti baciavano ancora in viso quattro figli; e t'era così dolce il cercare su quei quattro volti il sorriso del tuo morto!»—E quando al poeta che impreca, infuriando, al cadavere della donna amata che lo fece soffrire, dice quella dolce e sapiente parola:—«Ah no, non insultarla! Ah non nelle maledizioni e nello scherno troverai il refrigerio che vai cercando, povero poeta! Tu non sarai guarito se non il giorno che perdonerai!»
E vorrei proseguire: vorrei imitar l'esempio di Emilio Augier, che all'Accademia francese, dovendo tesser l'elogio d'un poeta illustre, disse:—Quale omaggio migliore gli si può rendere che quello di recitare i suoi versi? e conchiuse:—Non aggiungiamo nulla: portiamo con noi intera la nostra commozione, e che il poeta tramonti nella sua gloria.—Ma recitar quei versi che furono la più schietta e calda espressione dell'anima sua, e darmi così l'illusione di riudir quella voce che non udrò mai più, non potrei: la commozione me li soffocherebbe nel cuore. Evochiamo una sola, la più bella forse delle sue creazioni, quella in cui più mirabilmente s'accordano l'altezza del concetto, la grandezza del disegno e l'andamento grave e solenne del ritmo che par che segni il passo di Leonida armato nel silenzio della notte. Alla mente di tutti, senza dubbio, è presente la figura augusta dell'eroe che, al raggio delle stelle, risorto dalla tomba d'Antelo, con la grande asta nel pugno, discende, circonvolato dall'aquile, per andar a cercare se sia sorta nel mondo una nuova gloria pari a quella delle Termopili, e riposar là, in mezzo ai fratelli degni, dei suoi trecento. Si sofferma, ma non si arresta a Clierniea. No,—dice ai Tebani morti che lo chiamano:
No, no, dormite in pace! Vano fu il sangue, eroi!
Periste e non salvaste l'ellenia libertà!
Giunge a Maratona; ma non s'arresta.—No,—grida ai caduti che lo invocano—qui non rimango.—
Tutto, voi, tutto aveste! la gloria e la vittoria
Pei lari! È troppo dolce, morti, dormir così!