—Al collo.

—Vediamo.

Si va innanzi…. Diavolo, non ci siamo ancora? Pareva a due passi. Eccoci. Oh questa è curiosa! Stendo il braccio in alto, mi alzo sulle punte dei piedi, e non ci arrivo.

—Guarda le lettere di quell'iscrizione lassù; quanto ti paiono alte?

—Quattro palmi.

—Sono più alte di te. Guarda quelle finte colonne; come ti paiono larghe?

—Un braccio.

—Tre metri.

Comincio a capire. In mezzo alla chiesa si vede un gruppo di ragazzi intorno a una cosa che sembra una statua. Andiamo innanzi, innanzi, innanzi: oh cospetto! i ragazzi sono soldati d'artiglieria grandi e grossi come Ciclopi; la cosa è la statua di San Pietro; i soldati le baciano il piede; un pretino poco distante guarda e sorride con un'aria di stupore e di compiacenza; pare che dica:—Son cristiane queste bestie feroci! Meno male!

C'è una lunga fila di soldati in ginocchio intorno all'altar maggiore. Altri, negli angoli lontani, stanno ammirando le statue, e per persuadersi che sono di marmo metton loro le mani sulle spalle, sulle braccia, sulle ginocchia, come fanno i ciechi per riconoscere. Un gruppo di bersaglieri è estatico davanti a San Longino. Parlano tra di loro. Mi avvicino e colgo la sentenza finale d'uno di essi, che mi ha l'aria di un monferrino: «A j'è nen a dije; a l'è un bel travaj» (non c'è che dire; è un bel lavoro).