Sentiamo quel che vien dopo.

—«Ghe semm!»

Senti come l'ha detto con gusto! E tutti gli altri soldati, sul punto di scendere, agitando una mano:—«Addio, addio Roma!»

E giù per le lunghe scale tortuose echeggia il suono dei passi precipitosi e delle voci allegre.

PRETI E FRATI.

Nelle caserme pontificie si trovarono molte copie d'un inno di guerra, dettato in francese, che par che dovessero cantare gli zuavi andando a combattere. Ha molti punti di somiglianza colla «Marsigliese». Ha un ritornello che comincia: «Catholiques, debout!» Ha una strofa che arieggia quella dell'inno francese: «Entendez-vous dans ces campagnes», con la differenza che ai «féroces soldats» sono sostituiti «les barbares». Ha un verso che dice: «Viendront-ils nous prendre (ci dev'essere un verbo più feroce, ma non lo ricordo) nos églises, nos prêtres?» E il verso dopo: «Non, non, on n'y touchera pas». E altre amenità poetiche su quest'andare.

Ma dal verso in cui è detto che gli Italiani vanno a Roma per far man bassa sulle chiese e sui preti, si capisce che dovette esser quella la finzione di cui si servirono principalmente i fautori del governo papale per suscitare e tener vivo il fanatismo nei soldati, per destar nel popolo l'avversione al governo italiano, e per alimentare la diffidenza di quei molti che, pure essendo cattolici in buona fede, manifestavano o lasciavano trapelare sentimenti italiani.

Questo fatto spiegherebbe pure l'astensione d'una parte del popolo dalle dimostrazioni entusiastiche così nella città di Roma come nei villaggi della provincia.

A Monterotondo, discorrendo con un cittadino dei più noti, e in voce di liberale, gli domandammo come fosse contento del nuovo stato di cose:

—Per me sono contentissimo;—rispose, e lo diceva sinceramente:—tutto va bene, non si potrebbe desiderare di meglio.—E poi a bassa voce:—Hanno rispettato le chiese, hanno lasciato stare i preti; messe, vespri, funzioni, ogni cosa come prima.