—Desidero di saperlo.

—Dovrebbe….—e qui stese un braccio e alzò la voce,—dovrebbe mettere a posto «li macellari», dovrebbe; che «so na razza de cani», glielo dico io, e fanno pagare tutto il doppio, e «so» screanzati che «nemmanco se ponno guardare in der grugnaccio, se ponno», capisce?

—Oh cospetto! È proprio questa la prima cosa che deve fare il re?

—Questa…. e un'altra. Fare una legge con la quale dica che d'ora in avanti è fatta facoltà «a li barbieri de» metter la bottega dove «je» pare, senza quella «prepotenza» che c'è adesso che le botteghe debbono essere a quella data distanza l'una dall'altra. Per cagion di questo, vede, a me m'è toccato di fare «er giovanaccio de bottega» cinqu'anni di più, chè il locale vicino ce l'avevo, e li baiocchi pure, ma la bottega non la potevo mettere per via di quella legge «'nfame». Accidenti ai governi dispotici e viva Vittorio Emanuele! Quant'ho benedetto sto giorno io!… E poi un'altra cosa.

—Dite.

Qui abbassò la voce e mi disse nell'orecchio:

—Dei barbieri che tengono dal Papa, qui, in Roma, ce n'è la su' parte, glielo assicuro io.

—Ebbene?

—Accopparli.

—Siete severo.