Qui cominciò a fare spensieratamente un lugubre quadro di quello che era stato il Piemonte nei giorni antecedenti, ma voltatosi per caso a guardar Liana, restò non so con qual parola ammezzata a fior di labbra.

Non l’aveva mai vista così pallida, così mortalmente pallida.

— Insomma — diss’egli, tagliando corto — quelli che fanno veramente compassione sono i soldati. Dopo aver combattuto valorosamente per quattro anni contro un nemico fornito di pratica e di ferocia, vedersi costretti a far il mestiere del birro, e diciamolo pure, anche del boia. Meno male che adesso è finita.

Quando fu noto che in parecchi luoghi si celebravano funzioni religiose per ringraziare Dio della ricuperata tranquillità; e si banchettava, e si danzava per festeggiare il ristabilimento della pace, parve a Oliveri che si dovesse far qualche cosa anche a Murello; e invitò alcuni dei notabili a trovarsi di sera in casa sua.

Venne il parroco, vennero i sindaci (che allora erano due e si cambiavano a ogni semestre) venne il notaio, il chirurgo, il barbiere.

Oliveri, ritto vicino alla tavola nel salotto da pranzo, sembrava un professore in attesa di veder a posto tutti i suoi scolari per principiar la lezione. Accennò a ognuno di accomodarsi ed espose bellamente le ragioni che l’avevano indotto a fissar l’adunanza.

Tutti approvarono.

— Allora — riprese l’avvocato — poichè siamo d’accordo che si debba far qualche cosa, resta a vedere, a decidere che cosa si deve fare.

— Però — disse a mezza voce Susta, il barbiere — qui a Murello non abbiamo fatto niente di male; non so perchè si debba chieder perdono.

— Oh! — esclamò il notaio — non avete capito? Si tratta di fare una festa, non di chieder perdono.