Arrivò finalmente anche la lettera del signor Fraschini. L’avvocato seppe così che in nessun altro luogo l’agitazione era stata lunga e grave come in Asti. L’amico mandava una relazione molto ben particolareggiata dei fatti, e concludeva: — Si sono già fucilati Arò, Berruti, Testa, Trinchero, Rattino, Manzo, Celotto, Rivella, Chiomba, Raspo, ecc.

— Eccetera! — brontolò l’avvocato. — Purchè quest’eccetera non voglia dir Ughes. Bisognerà ch’io riscriva, pregandolo di mandarmi i nomi in disteso.

Ma ben presto comprese che a voler aver i nomi di tutti quelli che cadevano in quei giorni condannati dalle Giunte e giustiziati dai soldati era cosa difficilissima, per non dire impossibile.

Quando seppe che le esecuzioni si facevano a intervalli di alcuni giorni e che si lasciavano i cadaveri esposti sino alla sera, Oliveri tornò a mettersi in moto.

Fu a Saluzzo, a Racconigi, a Carignano, a Moncalieri. Tornava a casa un po’ pallido e non sorrideva più. Appena arrivato, se la sera non era troppo inoltrata, andava a cercare il parroco o il notaio, per raccontare quello che aveva visto o sentito.

— Si eccede, si eccede. Io sono per il Governo; mi duole il dirlo, ma si eccede. Sapete chi hanno fucilato a Moncalieri? Carlo Tenivelli. Un uomo dotto, che ha dato alle stampe molte opere, anche poesie. L’ho conosciuto un pochino. Costui capo degli insorti? Ci sarebbe da ridere, se il caso non avesse avuto una fine così lagrimevole. Dite che l’insurrezione era condotta, capitanata da un bambino di tre anni e sarà tal e quale. Aveva un viso serio e mansueto, quel povero Tenivelli, dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole, la sua compagnia era mite e soave. Era anche miope come una talpa. Dicono che abbia fatto dei discorsi sediziosi, terribili. Ma se aveva l’aria di non saper nemmeno in che mondo vivesse! Per me non capisco! Gli amici, forse gli stessi che l’avevano cacciato nell’imbroglio, lo persuasero a scappare. Girovagò per la collina e finì col rifugiarsi in casa di un altro amicone, che lo denunziò per trecento lire. Fu arrestato, ricondotto a Moncalieri da un drappello di cavalleria, e fucilato senza complimenti l’altra mattina alle cinque. Prima di morire scrisse una lettera alla sorella, e andò al supplizio come se andasse a passeggio.

A Savigliano non v’era stato che qualche tentativo di rivolta, represso subito energicamente dagli stessi abitanti. Un giorno l’avvocato vi andò col legno per diporto e tornò con una buona, con un’ottima notizia.

— Un altro editto! — diss’egli lietamente a sua figlia. — Il Re ordina alle Giunte di desistere da ogni procedimento verso coloro che non sono stati nè autori, nè capi di ribellione e che sono rientrati nel dovere deponendo spontaneamente le armi. Adesso vedremo. Sono quasi certo che tuo marito non era fra i capi, l’avrei saputo dai miei corrispondenti. A meno che egli avesse cambiato nome, preso un nome di guerra, ciò che non credo, non rispondendo all’indole sua. Ad ogni modo penso che questo ci lasci facoltà di sperare.

Egli chiacchierò assai a cena e dopo. Spiegò a sua figlia quello che erano le Giunte, e come gl’ispirassero ben poca fiducia perchè composte di persone anticipatamente e naturalmente nemiche di quelli che dovevano giudicare.

— Lasciamo a parte la capitale, dove a formar la Giunta intervengono membri affatto speciali, ma nelle altre città! Il comandante militare, il prefetto civile, l’intendente, l’avvocato fiscale... Quasi tutte persone troppo ligie al Governo, vincolate, inclinate a provare la loro fedeltà, la loro devozione, con degli atti di rigore, e santo Dio! anche di crudeltà. E nota che per l’arresto dei rei, essi possono servirsi di mezzi straordinari: premi, impunità, salvacondotti, e simili. Puoi immaginare quante vie vengano aperte alle accuse, alle delazioni, alle vendette, ai tradimenti...