— E poi e poi — interrompeva un vecchio, — credi a me: certe cose è meglio lasciarle fare a chi tocca.

— Bravo! Sicuro! Questa è giusta! — gridarono tre o quattro voci. — Che se la sbrighino un po’ fra di loro.

E si tornò ai tranquilli discorsi delle altre domeniche.

L’avvocato Oliveri, che era stato presente alla pubblicazione, si guardò bene dal parlarne alla figlia. Non gli pareva d’averla mai veduta così, neppur quando Ughes aveva dovuto fuggire, dopo la scoperta della prima congiura.

— E sì che anche allora era già innamorata — pensava, — bisogna dire che il suo amore sia ancora aumentato!

Egli temeva sempre che, perduta ad un tratto ogni speranza, ella scoppiasse in un accesso di disperazione terribile, oppure si mettesse a far atti o a dir parole di estremo dolore. Ah quando si fermava su quest’idea, subito si sentiva divenir meno quieto, meno imperturbabile! Perciò s’ingegnava in tutti i modi di tener lontano da lei il pensiero che Ughes potesse non tornar più.

— Diamine! — egli diceva a Liana ogni tanto. — Tuo marito è già risuscitato una volta; non vuoi che risusciti questa? Dopo i fatti del ’94 egli corse ben altro pericolo. Caspita! era compromesso, ricercato, condannato. Invece ora, per quanto io sappia, nessuno ha pronunciato il suo nome.

In certi momenti Liana gettava le braccia al collo di suo padre e stava così senza piangere e senza parlare. Altre volte, rabbrividiva tutta e lo scongiurava di dirle la verità qualunque essa fosse; poichè quello stato lì era il peggiore di tutti. Venne un giorno in cui parve che le parole tante volte ripetute da suo padre non entrassero più nella sua mente. Le dimostrazioni d’affetto, le premure non la crucciavano, non le davano noia, ma le riuscivano indifferenti. Ora stava lunghe ore chiusa in casa, come se avesse ribrezzo del sole, della luce, del verde, di tutto ciò che ispira idee di serenità e di gioia; come se fosse priva di volontà, piena d’avversione per ogni piccolo sforzo, ogni movimento. Ora invece si aggirava per il giardino e per le stanze con gli occhi lagrimosi, le labbra convulse, occupata a visitare tutti i luoghi in cui la memoria le rappresentava suo marito, a raccogliere mentalmente, con minuzia affannosa, tutti i ricordi lasciati da lui. Sul piccolo cancello di legno egli aveva posate tante volte le sue mani! Su quella panca sedevano spesso insieme di sera. A quel vecchio tronco mancava un pezzetto di scorza, tagliato da lui, un giorno che si baloccava col suo temperino. Ella cercava le sue orme nella terra dei viali. Apriva l’armadio e maneggiava i suoi abiti; sfogliava i suoi libri, toccava le penne, la carta, tutti gli oggetti che si rammentava d’aver veduto toccare da lui. Quando, tornando, suo padre non la trovava in casa, sapeva dove andarla cercare: ella era nel cimitero, inginocchiata sulla tomba del vecchio zio Vietti.

L’avvocato riceveva lettere a tutte le poste. Andava egli stesso ad aspettare il procaccio, si faceva dare quello che portava il suo indirizzo e correva a chiudersi in camera per leggere più tranquillamente. Erano risposte ad altre lettere scritte da lui, che lo informavano del modo con cui erano andate le cose nelle varie città e in parecchi paesi.

Si narravano in tutte presso a poco gli stessi fatti; i realisti avevano il sopravvento in ogni luogo.