— A Polonghera, tu, alò! Via di galoppo. Un altro a Racconigi, adesso; e un altro a Murello. Scarpe in mano e ali ai piedi. Fzzzt! Volate!

II.

La giornata si era fatta bellissima; spirava vento, un vento mite, a grandi folate blande; e l’erba, i fiori, le fronde si movevano, godevano, brillavano nel sole che andava acquistando possanza.

Anche nel piccolo bosco di Riochiaretto i pioppi e gli ontani stormivano festosamente; ma nella cavità ove nasce il ruscello che dà il nome al luogo, la superficie dell’acqua non faceva una crespa. La vita era tutta nel fondo renoso; là, fra parecchie polle men ricche, una ve n’era abbondante e di gran forza, che sollevando di continuo la rena, formava una specie di nebbietta lucida, secondo che le sfaccettature dei corpuscoli minerali agitati riflettevano i raggi luminosi.

Luigi Ughes, addossato a un tronco, contemplava sua moglie; la quale, seduta sul margine del pelaghetto, non si saziava di mirare il minuto turbinìo.

— Liana — diss’egli dopo un poco — non ti par tempo d’andare?

La giovane signora crollò dolcemente il capo, senza alzarlo.

— No? — riprese Ughes, sorridendo. — A me piace quello che piace a te; restiamo pure qui fino a domani.

— Non senti come si sta bene? — mormorò Liana. — Che quiete!... Vengo, sai, ma mi devi promettere di ricondurmi qui molto presto.

— Possiamo ritornar oggi, dopo desinare.