Corse subitamente per la piccola cappella un fremito di esclamazioni soffocate, uno scricchiolare di banchi e di seggiole, uno stropiccìo sgominato di piedi. Don Bonhomine si voltò e rimase là, sbalordito, con le braccia alzate. La damigella, la cameriera, il maestro di casa si accostarono premurosi; gli altri servitori si fecero strada fra il contadiname a furia di gomitate per uscir subito e trovarsi fuori, pronti a ogni ordine.

La gentildonna, levata di peso dall’amico e dal figlio, fu trasportata nelle sue stanze. Seguì uno sbatter d’usci; passi rapidi suonarono sul pianerottolo; una voce concitata gridò confusamente alcuni ordini. I servitori attruppati col naso in aria a piè della scala, si precipitarono tutti insieme in cortile, come ne fosse toccato per l’appunto uno a ciascuno.

— Un medico! Un medico! Un medico!

— Su, ragazzi! — diceva il maestro di casa: — uno a Polonghera, subito; o a Murello; o a Racconigi. Animo, a te, Tracco!

— Io? Ma non son niente pratico, io.

— Allora avanti: Biglia, Merlo, Pomero, a voialtri, presto!

— Ma cosa! — protestava Merlo — qui si tratta di correre, ohe: bisogna mandare gente giovane.

— Diavolo! — esclamava Pomero — gente svelta.

— Gente in gamba! — aggiungeva Biglia.

Gringia agguantò un contadinotto e lo buttò con uno spintone nel viale.