— Sì, cara — mormorò Oliveri, — manderemo Gabriel.
— No Gabriel, noi!
— Domani...
— No domani, oggi!
— Andrò io...
— Andremo insieme.
— Non capisci che ci vuol prudenza? Ammettiamo che si tratti veramente di tuo marito; se non dà notizie di sè, è segno che non può. L’hai detto tu stessa. La Giunta vigila. Figuriamoci! Il luogo sarà circondato da esploratori, da spie, da birri. Pensa un po’, s’egli venisse scoperto, preso per causa nostra, che rimpianto! che rimorso! Non è vero, don Prato? Parli lei.
Don Prato, che faceva la rivista dei bottoni, abbassava la testa come per guardarsi le fibbie, pigliava e ripigliava tabacco, si scosse alla chiamata dell’avvocato e aperse le labbra.
— No, — disse Liana, con la voce piena di dolore, le lacrime che luccicavano sotto le ciglia, — non dica niente, è inutile; sono risoluta. Tu non venire, babbo; andrò sola. Non senti come sei crudele? Non vedi che non misuro più le cose, che soffro troppo, che non ne posso più? Andrò sola; adesso, stasera, stanotte, appena sarò libera. Non vorrai rinchiudermi, spero?
Oliveri si guardava intorno, tentennando la gamba, facendo battere le note al codino. Vide Gabriel che sarchiava in fondo al giardino, e gli die’ tosto una voce.