— Allora via!
Don Prato si accomiatò subito.
— Che Dio li assista! — diss’egli, assai commosso. — Adesso vado a casa e li accompagno col cuore. Mi capiscono, eh?
Liana in un momento fu pronta. Gabriel tolse un grosso randello; l’avvocato prese anch’egli un bastone.
Uscirono dal giardino e si avviarono verso la strada del sale. Cammin facendo, Oliveri credette bene di palesare a Gabriel lo scopo della gita, per animarlo e fargliene sentir l’importanza.
Gabriel guardò sott’occhio Liana e non fiatò.
Oltrepassata Robelletta, l’orizzonte verso tramontana apparve tutto boscoso; chiuso da un gran cerchio verde carico, già lievemente brizzolato di giallo e di rosso. L’autunno incipiente si mostrava anche nel cielo d’un dolcissimo colore di turchina, popolato di bianche nuvolette, addossate le une alle altre come uno sterminato branco di pecore pascenti.
— Come se si andasse a spasso — diceva l’avvocato a sua figlia, — come se si andasse a spasso. Prudenza ci vuole; non facciamoci osservare. In simili circostanze si ha ragione di sospettare di tutto e di tutti, anche del più innocente lavoratore dei campi.
Liana camminava rapidamente, passando spesso davanti a Gabriel, che faceva loro da guida, impazientita dall’andatura pigra ed eguale del contadino.
— Sei stanca? — domandava Oliveri — Vuoi sostare un momentino? No?..... E perchè non passi qui, dove c’è ombra? Non che il sole sia caldo, ma via... Tienti a destra, tienti in su, non vedi quante pozzanghere?