Luigi Ughes, nato a Torino e rimasto orfano in tenera età, era stato raccolto da uno zio, Gioanni Battista Vietti, medico a Murello. Il buon vecchio, educato e istruito il nipote secondo i suoi mezzi, l’aveva poi rimandato in città perchè si applicasse allo studio della medicina: — Il miglior modo — diceva — di farsi un personale e procurarsi un pane onorato.

Ughes si era dato tutto allo studio, riuscendo prima a distinguersi tra i compagni per capacità, per raro profitto, per egregia condotta; poi a conseguire con molta lode la laurea.

Dopo, la sua vita, ch’era stata tutta di quiete e abbastanza felice nel tranquillo e inalterabile suo corso, mutava aspetto. Egli aveva sempre sentito una certa inclinazione per la lingua italiana; potendo ora disporre un po’ più liberamente del suo tempo, prese a frequentare la casa dell’avvocato Gaetano Oliveri, ove settimanalmente si adunavano amici e cultori delle belle lettere e dei buoni studi per leggere prose o poesie di loro invenzione.

Giuliana Oliveri — Liana, come la chiamava suo padre — era allora una cara giovinetta, piena di grazie naturali e d’una dolce ingenuità. Fin dal primo vederla, Ughes provò un’ammirazione schietta e rispettosa, una grande bramosia di trovarsi spesso con lei; ben presto si sentì irresistibilmente portato ad amarla. Scrivendo allo zio, manifestava alla lontana il suo desiderio di accasarsi, appena avesse finito le pratiche nell’Ospedale Maggiore di San Giovanni. E lo zio, rispondendo, parlava di tutt’altro; però chiudeva invariabilmente tutte le sue lettere con queste parole: — Studia e lavora, lavora e studia, che un giorno o l’altro, più presto di quel che credi, io ti cederò il mio posto.

Ora avvenne che una sera, trovandosi testa a testa con l’avvocato, Ughes non si potè più contenere, e gli aperse con poche parole, ma per benino, l’animo suo. Oliveri lo ascoltò sino in fondo, non nascose che gli sembrava troppo giovane, ma aggiunse che ci avrebbe pensato.

Invece di pensarci, interrogò subito sua figlia; e siccome ella si mostrò modestamente lieta, i due giovani furono considerati promessi.

Intanto in Francia era scoppiata la rivoluzione. Essa si presentava agli spiriti generosi ed ardenti come l’avveramento di antiche e solenni profezie, il trionfo della giustizia e della libertà, un immenso, maraviglioso, irrefrenabile moto dell’umanità verso una nuova èra di civiltà e di gloria.

Anche in Piemonte, anche in Torino spirava un’aria che non pareva più quella di prima. Idee ed opinioni nascoste ed accumulate da secoli, nessuno avrebbe saputo dir dove, lampeggiavano or qui ed or là, precedendo il tuono dei fatti.

Il popolo acquistava a poco a poco, confusamente, la coscienza della propria dignità, della propria indipendenza, dei propri diritti, delle proprie forze. Molti fra i borghesi si riunivano, cercavano, per dir così, di orientarsi; attendevano febbrilmente a procacciarsi i fogli, le lettere, le gazzette, gli opuscoli che venivano clandestinamente di Francia, per leggerli in segreto, commentarli e discuterli.