— Son servito! — diss’egli al giovane.

— Cos’ha? — domandò Massimo. — Cosa si sente?

— Male.

E così dicendo si alzò e fece alcuni passi avanti e indietro molto curvo, molto a sghimbescio, e zoppicando.

— Guardi un po’ come son ridotto! È l’umor di podagra che mi gira tutto il corpo. Lunedì e martedì l’avevo al petto come raffreddore; ieri lo sentivo nel braccio come dolore artritico, oggi è nel piede. Son servito, ma servito bene.

Liana entrò in quel momento e porse affabilmente la mano a Massimo.

— Torna a letto — disse dolcemente a suo padre. — Manderemo pel medico.

Oliveri andò a rannicchiarsi nel suo seggiolone, facendo grugno.

— Il medico, il medico, il medico! — brontolò poi. — Che vuoi ch’io ne faccia del medico? Lo sai bene che mi canta sempre le stesse fandonie?... Dovrei fare una vita più attiva. Ah sì! In che modo? Non esco forse tutti i giorni? Devo mettermi a scavallar per le piazze? Bisognerebbe anche aver pazienza: contenersi nel mangiare, lasciar i cibi succulenti, astenersi dai liquori, bere annacquato. Ouf! E quel somaro d’un Chiovetti non capisce che la causa del mio male è tutta morale, tutta, per così dire, politica. Il primo insulto podagroso l’ho avuto nell’89, quando si seppe la presa della Bastiglia. Adesso poi domando io come potrei star bene!

Tacque un momento e soggiunse con voce più flebile: