— Sono ridicolo! — pensava egli, — nè più nè men che ridicolo.
E seguitava a tacere.
Il suo tormento durò meno di quel che temeva. Svoltando in piazza San Carlo, si trovarono di fronte il viso di mummia ed il soprabitone color di ruggine del medico Chiovetti, il futuro Filinto. Andava appunto a trovare Oliveri, senza sapere ch’egli avesse bisogno di lui.
— Già, già, già! — esclamò un po’ ruvidamente, com’ebbe sentito di che si trattava, — ma se Gaetano continua ad impinzarsi così, la finirà male. Troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie, troppe ghiottonerie!
Avvertito il medico, non restava più che ad occuparsi dei libri. Massimo e Liana si volsero al negozio di Felice Costanzo.
Mentre la signora parlava col commesso, il giovane restò sulla soglia. Fu così che scorse tra la gente che andava e veniva Violant, Di Cimalta, La Torretta e un altro dei suoi compagni d’un tempo: il cavalierino Spadafora di Pont. Egli non fece nulla per farsi vedere, e nessuno dei quattro girò il viso verso di lui.
Liana si sbrigò in due minuti. Tornarono subito verso casa, e Massimo la lasciò a piè della scala, promettendo di venir presto a prendere notizie dell’avvocato.
Uscendo dall’androne buio, rivide, piantato dall’altra parte della strada, il marchesino Violant; un po’ più lontano, gli altri tre signorini ridevano e parlavano forte fra loro.
Massimo andò diritto diritto verso il cugino, che, non aspettando di vederlo ricomparire, diventò rosso e prese una faccia ilare, candida, tutta affettuosa.
— Vedi combinazione! — balbettò egli. — Cercavo appunto di te. Di un po’, la sai la notizia, la gran...