— Bada — disse Massimo, con i denti stretti, — bada che questa dev’essere l’ultima volta che ti colgo a seguirmi, a ficcar il naso comunque sia nei fatti miei. Non mi stuzzicare, perchè può darsi che tu abbia un ricordo. Lo sai che panni vesto, eh?

E gli volse le spalle, senza curarsi degli altri.

XIV.

In quell’ora tarda della sera, in mezzo ai fitti vapori, il palazzo Claris aveva un aspetto singolarmente inospitale ed arcigno. Massimo si avvicinava pian piano, rallentando sempre più il passo, preso da un’insormontabile ripugnanza d’entrarvi, mentre vagheggiava ancora col pensiero l’immagine ineffabilmente mesta di colei con la quale era stato fino allora.

Era ormai giunto sotto il lampione appeso alla cantonata, e cercava già con l’occhio il portone, quando vide venirsi incontro un uomo, il quale teneva un fardello in una mano e un bastoncino nell’altra. Costui, arrivato che fu vicino a Massimo, lo guardò e si fermò su due piedi.

— Il signor contino Claris!? — disse esclamando e interrogando insieme.

— Son io; cosa c’è? — domandò Massimo.

— Esco di casa sua — rispose l’altro; — dove sono stato a cercar di lei. M’hanno detto che non c’era. Non volevo credere, ma...

— E chi siete? — interruppe il contino, a cui però quella voce in falsetto non era nuova.

— Vossignoria non mi conosce più? — esclamò l’uomo dal fardello.