— Non contrastiamo — brontolò il conte, — non contrastiamo.
E fatto un atto garbato di saluto a sua moglie, girò sui tacchi.
La contessa rimasta sola, si abbandonò ai suoi pensieri.
Le parole del medico avevano suscitato in lei, senza che ella sapesse come, una viva curiosità di conoscere quella che dominava così fortemente l’animo di suo figlio. Nello stesso tempo sentiva che se avesse potuto arrecare alla signora Ughes qualche gran male, l’avrebbe fatto volentieri, per ripagarla dei dispiaceri passati, presenti e futuri.
Si vide dentro un così torbido miscuglio di sentimenti cattivi che se ne sgomentò e, stesa la mano, prese un libro di preghiere sul tavolino che aveva davanti.
Si provò invano a leggere, seguitò a discorrere con sè stessa, lottando contro i pensieri astiosi, contro i propositi di vendetta; e si placò, si rabbonì fino al punto d’aprir la mente a idee, a immagini che un tempo avrebbe cacciato con ira, come indegni della condizione in cui era nata.
Non si sentiva alcuna voglia d’uscire, ma avrebbe desiderato di vedere suo fratello, il marchese Violant, o il cavaliere Mazel, per consigliarsi con loro. Quando anch’essi accettassero per vero e per buono il parere del medico, si sarebbe pienamente acquietata.
Ella aspettò inutilmente.
Sull’imbrunire Massimo ricomparve, e le venne a sedere dirimpetto. Dopo un momento di silenzio, la contessa gli domandò quasi brutalmente se fosse stato a far all’amore.
Massimo, non uso a tal linguaggio, cercò nell’ombra gli occhi di sua madre. Ne riudì tosto la voce addolcita.